Tra 150 metri metri gira a…boh

navigatore_romaIl lavoro politico che ho svolto in questi mesi, e lascio correre gli anni precedenti, è stato ispirato dalla consapevolezza che si stava per aprire un quadro totalmente nuovo, disarticolato e privo di riferimenti affidabili per affrontare una realtà sempre più contorta e problematica.
Non a caso ho evitato la sovrapposizione con la politica nei termini tradizionali. Non a caso ho cercato di tenermi a distanza, anche sul piano dialettico, dalle ritualità consuete.
Ho utilizzato l’immagine del silenzio della politica, tutta, sulle tematiche culturali per denunciare in verità un silenzio più preoccupante che riguardava una visione complessiva su Roma.
Ho puntato sulla rigenerazione del tessuto culturale perché era e resta l’unico terreno possibile su cui riedificare un’architettura civica in grado di assorbire i colpi che stanno per arrivare.
Bisognava abbandonare schemi e gabbie al cui interno si sono dequalificati due mondi, quello politico e quello culturale, che dovrebbero costituire il motore e l’essenza delle crescita sociale e di ogni altra dimensione di sviluppo nella collettività.
Era un passaggio obbligato proprio dallo scenario che si sarebbe realizzato in ogni caso, a prescindere da quello che sarebbe uscito fuori dalle elezioni. Quello che si stava profilando era un dedalo di vendette, ritorsioni e di contrapposizioni che avrebbero agito solo nell’ambito della gestione del potere e dei poteri. Lontano dalle condizioni minime che la democrazia pretende e soprattutto estraneo rispetto a ogni forma di impulso costruttivo a favore del bene comune.
Si doveva lavorare in un panorama in cui l’incontro col politico, l’iniziativa di ascolto e il confronto liturgico con le dichiarazioni d’intenti sarebbero evaporati nello spazio di qualche minuto. Accadeva lo stesso anche nelle occasioni precedenti, questo è indubbio, ma i contesti mutano e cambiano anche le conseguenze.

Un universo la cui sopravvivenza è legata alla vittoria del bando, alla relazione privata con il politico o con la figura istituzionale e alla sua funzionalità rispetto a un consenso seppur circoscritto, non ha nessuna speranza di reggere agli sconvolgimenti degli assetti dominanti. Se non riuscirà a liberarsi della soggezione a questo stato di cose, verrà ingoiato dal clima di scontro che si preannuncia e diventerà ancora più subalterno alle scelte che provengono dall’alto. È paradossale che in assenza di politica, la politica stessa possa diventare ancora più centrale e discriminante. Paradossale e terrificante.
Serviva uno scatto in avanti e un salto di qualità per determinare un nuovo paradigma e per farlo bisognava mettere in campo una mentalità rinnovata, meno burocratica e meno asservita alle “gestioni esterne”. Un modus operandi dinamico e indipendente, meno esposto al ricatto di singoli funzionari in cerca di piccoli strumenti di potere e non soggetto alle pratiche di accreditamento presso il governante di turno.
Il navigatore che impone gli itinerari e la prassi è divenuto categoria di pensiero e questo non può che determinare la mutazione anche antropologica in cui siamo annegati. Si avanza nel segno del TomTom e sulla spinta del bisogno immediato, irrinunciabile, estorsivo, figli del solo presente e del sempre presente, atterriti dalla contraddizione e impermeabili rispetto allo stesso cambiamento che, a parole, ricerchiamo solo nel simbolo e mai nel progetto. Men che meno nei nostri stessi comportamenti.
Viviamo in un paese generoso in fatto di strane sorprese ed è anche possibile, ma la vedo dura, che tutto stia cambiando perché nulla cambi.
Nel caso invece sia in atto un qualche sovvertimento dell’ordine conosciuto, è evidente che mancano idea e visione. Stando così le cose, la navigazione in questo mare appare assai complicata.

Step
22 giugno 2016

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