1° Convegno FEDERAZIONE NAZIONALE TEATRO SOCIALE

Consequenze
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I° CONVEGNO

FEDERAZIONE NAZIONALE TEATRO SOCIALE

Si è tenuto sabato 8 maggio 2010 al Teatro Golden di Roma il Primo convegno nazionale di Teatro Sociale.
La nascita di nuovi organismi di rappresentanza e di iniziativa, deve aprire nuove aree di confronto e soprattutto stimolare una mentalità moderna e rinnovata nel rapporto tra le varie parti e i diversi soggetti interessati.
Vai ai video del convegno>>

Serve oggi una mutazione profonda nell’architettura dell’iniziativa culturale e sociale per creare un ambiente meno contaminato all’interno del quale attivare dinamiche di collegamento capaci di dare impulso all’espressione artistica, che per definizione rappresenta lo spazio sociale della creatività, in quanto interpretazione della realtà circostante, messaggio civile, testimonianza e naturalmente in quanto momento di svago e di intrattenimento.

Negli ultimi decenni si è avanzato (dove “avanzato” è un sottile eufemismo) per schemi indotti, seguendo modelli sempre più evanescenti e illusori e subordinati a un rapporto perverso con le Istituzioni, fortemente burocratizzato, sottomesso alla fame di consenso della politica e caratterizzato da una sostanziale mancanza di progettualità rispetto al medio e lungo periodo.

Troppo spesso il progetto della singola associazione, della compagnia teatrale, dell’organismo di riferimento socio-culturale si riduce alla sola ricerca del finanziamento, nella spasmodica caccia al bando di gara e alla figura del referente che possa aprire una strada più agevole. Nello stesso tempo il centro di potere o il burocrate di turno valutano la proposta nella ristretta sfera del ritorno immediato (non definisco qui il tipo di ritorno) senza che questo avvenga in una prospettiva progettuale ampia, in un ambito di comunanza e di condivisione e senza sforzarsi di produrre legami concreti ed efficaci con il territorio.

Assistiamo perciò alla nascita di una miriade di affannate proposte che raggiungeranno qualche decina di cittadini/spettatori/utenti, una serie interminabile di vuoti atti di presenza istituzionale, un enorme sperpero di risorse economiche e nel frattempo osserviamo il territorio, il tessuto sociale e la stessa capacità espressiva che progressivamente vengono inghiottite in una voragine di disagio, d’illegalità e d’ignoranza.

Abbiamo quindi il dovere di aprire innanzitutto una seria riflessione sui due livelli di relazione che marcano l’offerta culturale e l’iniziativa artistica e sociale: mi riferisco naturalmente al rapporto con il pubblico e al rapporto con le Istituzioni, amministrazioni, classi dirigenti in genere.

Salire su un palcoscenico, come scrivere un libro, girare un film o organizzare una mostra, costituisce un atto di responsabilità artistica e sociale, comunque la si voglia mettere. Il successo di un’opera deve rappresentare la principale aspirazione di chi la produce e questo successo deve corrispondere a una serie di parametri che abbiamo il dovere di considerare. È altrettanto ovvio che non è possibile soddisfare un intero arco di esigenze artistiche ma è grave limitare un’ambizione e recintarla in corrispondenza del proprio orticello, un fatto che purtroppo è molto frequente. In altre parole: non si può essere appagati dal solo fatto di portare in scena un lavoro. Il traguardo non può essere quello di ottenere il sostegno economico e realizzare l’opera ad esso legata. L’obiettivo non può essere circoscritto nella sfera della singola compagnia o dell’associazione, ma è quello della compagnia e dell’associazione nella società in cui operano e rispetto ai cittadini che riescono a raggiungere grazie alla loro attività, ed è in questo che si definisce quell’atto di responsabilità a cui mi riferivo e in cui diventano essenziali i parametri di valutazione, di selezione, di valore artistico e culturale e di messaggio che sono rappresentati e offerti al pubblico.

Deve essere recuperato un profilo alto dell’offerta culturale e in questo passaggio le scelte che provengono dalle categorie produttive devono essere rimodulate e soprattutto trasportate nel mondo di oggi, che è quello della crisi economica, della caduta di valori condivisi, dei modelli devianti, ma anche e soprattutto della necessità di generare nuovi strumenti di aggregazione e di crescita comune in un clima di cooperazione e di riconoscimento reciproco. La situazione attuale, a dispetto degli annunci ruffiani di qualche ciarlatano, si protrarrà ancora a lungo ma questo non deve essere affrontato solamente come un periodo di contrazioni e di sacrifici ma anche come una straordinaria opportunità di rinascita grazie alla creazione di nuovi modelli sociali e in questo caso artistici.

Ogni giorno assistiamo agli scontri sguaiati tra fazioni politiche e tra politici. Ma altrettanto quotidianamente assistiamo agli scontri tra associazioni che magari operano negli stessi settori. Conflitti che derivano dall’ansia di accaparrarsi spazi di manovra collegati alla relazione particolare e nello stesso tempo ridurre le aree di attività di altri soggetti. Così facendo, partiti e associazioni, tradiscono l’interesse di coloro che dovrebbero rappresentare e vengono meno al principio fondamentale della loro missione che è quello del bene comune e dell’interesse collettivo.

Siamo 60 milioni in Italia. Facciamo la guerra per i mille, per i diecimila. Fossero anche centomila, ma nessuno può spiegare e giustificare questa squallida consuetudine, soprattutto tenendo conto che ci sono intere regioni abbandonate a se stesse, prive quasi totalmente di riferimenti culturali dinamici. Ci si preoccupa dei centomila da mettere sotto i riflettori e ci si disinteressa dei 10 milioni perché tanto restano nel buio. Se invece imparassero a collaborare, a unirsi, entrando in un grande progetto comune, con un patto concreto fatto di azioni e interventi da realizzare insieme, questo paese farebbe il salto in avanti che spero tutti, almeno questo, stiamo aspettando.

Qui si apre fatalmente il ragionamento sull’altro livello di rapporto. Quello con le Istituzioni, con le amministrazioni.

Se c’è qualcuno che chiede il pizzo e quindi è colpevole di un reato estorsivo, insopportabile, colui che paga, che accetta e che si rende subalterno a quel sistema è in qualche modo correo. Credo che questo sia abbastanza chiaro e in questo ragionamento deve essere tenuto ben presente.

Spesso ci riferiamo alla burocrazia come a un mostro a tre teste che fagocita l’universo. In Italia spesso è proprio così, inutile nasconderlo. Il difficile rapporto con le Istituzioni, a causa di distanze e di silenzi irrisolvibili, rallenta i processi in tutti i settori della società. La difficoltà di questo rapporto è meno accentuata nei contesti più elevati, mentre nel caso delle istanze avanzate dalla società civile e nello sviluppo di proposte che provengono da associazioni o gruppi di lavoro indipendenti, questa rigidità si trasforma facilmente in immobilismo. Di fatto stiamo vivendo in un paese paralizzato. Si avverte.

Nel luglio del 2009, insieme a due amici abbiamo pensato a una grande manifestazione artistica da realizzare per le strade di Roma. Ad agosto, pur nella difficoltà che questo mese determina, ci siamo mossi per organizzarla. Il 29 agosto abbiamo fatto una prima riunione ed eravamo circa 150 persone. A fine settembre siamo riusciti a fare 30 spettacoli in 5 giorni con un enorme successo di pubblico e soprattutto abbiamo trasmesso, o cercato di trasmettere, un messaggio di testimonianza sociale attraverso le opere che abbiamo messo in scena. Patrocini zero. Finanziamenti zero. Tempi di realizzazione brevissimi. Chi lavora in questo campo sa benissimo che la cosa più difficile è presentarsi a un pubblico casuale, per strada, senza copertura alcuna e mettersi a recitare. Il coraggio e l’impegno di questi ragazzi è stato fantastico. Lo abbiamo fatto tenendo conto del particolare momento che stiamo vivendo, quindi cercando di essere voce rappresentativa, lo abbiamo fatto per dimostrare l’attuabilità di un progetto simile, che in realtà può sembrare invece una follia, lo abbiamo fatto perché abbiamo scommesso innanzitutto su noi stessi, sul nostro impegno, sulla nostra determinazione, sulle nostre capacità. Credo di poter dire che è stata una scommessa vinta dalla quale è partito un progetto e che su questo progetto si è aperto un confronto con le amministrazioni. In qualsiasi parte del mondo occidentale e forse non solo occidentale, se viene presentata una simile esperienza si ottiene attenzione e probabilmente anche supporto per farla crescere. Artisti che si pongono al servizio della popolazione, per strada, con così tanto coraggio e trasparenza meritano senza dubbio uno spazio di espressione e di dignità artistica e professionale. Non voglio enfatizzare il nostro lavoro. È quello che in diverse occasioni altri anche hanno realizzato.

In questo modo volevamo aprire un confronto con l’amministrazione partendo da una piattaforma diversa, basata su una serie di elementi che meritavano ascolto e attenzione.

L’Assessorato alla cultura del Comune di Roma, non solo non ha ascoltato né prestato attenzione, ma ha anche disprezzato il nostro lavoro e la nostra dignità di artisti e di cittadini. Il problema che si è presentato al gruppo di potere dell’Assessorato è stato quello di trovarsi di fronte a un rapporto non burocratico. Siamo stati rapidi, operativi, innovativi, europei. Siamo andati a confrontarci su un progetto concreto, slegato dalle regole del consenso di parte e non strumentalizzabile. Nello stesso tempo si chiedeva un incontro all’Assessore per sviluppare progetti di accessibilità per i disabili sensoriali e anche in questo caso in modo del tutto trasparente, poggiando su esperienze all’avanguardia dal punto di vista tecnologico e su  competenze già comprovate, che anche in questo caso assicuravano efficienza. rapidità e risparmio. Ho avuto un appuntamento a 70 giorni. 2 giorni prima della scadenza l’appuntamento è stato fatto saltare dall’assessore stesso. È evidente che il confronto era troppo arduo, perché non burocratico, non servile, non improntato sulle consuetudini italiche. Occorrono competenze profonde e serve modernità per sostenere questo tipo di confronto.

Nello stesso periodo abbiamo letto di un “Tenda Teatro” messo su nel giro di un attimo. Un’impresa da 1.400.000 Euro per un’iniziativa che va avanti per 4 mesi appena, in un clima di segretezza e invisibilità. Nessuno parla di questo teatro.

Questo sperpero di denaro, queste cattedrali nel deserto prive di progetto, questo disprezzo per l’iniziativa indipendente al servizio della socialità, la mano pesante e arrogante di una certa burocrazia, invece di trasmettere rassegnazione o senso di sconfitta, danno la misura della debolezza di un sistema che è alle sue ultime rappresentazioni. Che all’estero non esiste e non è mai esistito. Un sistema che è morto, com’è finita la cappa di oppressione e condizionamento che ha affossato l’Italia per 40 anni.

Oggi ci muoviamo nella nebbia delle nostre cattive abitudini, del torpore nel quale ci siamo avvolti, della tendenza endemica alla rassegnazione, all’accettazione passiva.

Qui esce fuori la malattia vera dell’Italia che è quella che ci rende tutti burocrati perché anche all’interno dei nostri rapporti, anche nel contesto delle nostre associazioni assumiamo comportamenti fortemente burocratizzati e in questo modo manteniamo una colpevole immobilità che finisce poi col creare l’emergenza, il nuovo disagio, la nuova subordinazione all’intervento dall’alto.

Abbiamo strumenti per realizzare grandi cambiamenti. Quello che ci serve è una mentalità nuova e moderna, meno ancorata ai parametri all’Italiana e più dinamica, vivace e determinata. E soprattutto ci serve unità e unione d’intenti con progettualità che tengano conto che viviamo in ogni caso in una società di mercato.

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Negli ultimi decenni si è avanzato (dove “avanzato” è un sottile eufemismo) per schemi indotti, seguendo modelli sempre più evanescenti e illusori e subordinati a un rapporto perverso con le Istituzioni, fortemente burocratizzato, sottomesso alla fame di consenso della politica e caratterizzato da una sostanziale mancanza di progettualità rispetto al medio e lungo periodo.

Troppo spesso il progetto della singola associazione, della compagnia teatrale, dell’organismo di riferimento socio-culturale si riduce alla sola ricerca del finanziamento, nella spasmodica caccia al bando di gara e alla figura del referente che possa aprire una strada più agevole. Nello stesso tempo il centro di potere o il burocrate di turno valutano la proposta nella ristretta sfera del ritorno immediato (non definisco qui il tipo di ritorno) senza che questo avvenga in una prospettiva progettuale ampia, in un ambito di comunanza e di condivisione e senza sforzarsi di produrre legami concreti ed efficaci con il territorio.

Assistiamo perciò alla nascita di una miriade di affannate proposte che raggiungeranno qualche decina di cittadini/spettatori/utenti, una serie interminabile di vuoti atti di presenza istituzionale, un enorme sperpero di risorse economiche e nel frattempo osserviamo il territorio, il tessuto sociale e la stessa capacità espressiva che progressivamente vengono inghiottite in una voragine di disagio, d’illegalità e d’ignoranza.

Abbiamo quindi il dovere di aprire innanzitutto una seria riflessione sui due livelli di relazione che marcano l’offerta culturale e l’iniziativa artistica e sociale: mi riferisco naturalmente al rapporto con il pubblico e al rapporto con le Istituzioni, amministrazioni, classi dirigenti in genere.

Salire su un palcoscenico, come scrivere un libro, girare un film o organizzare una mostra, costituisce un atto di responsabilità artistica e sociale, comunque la si voglia mettere. Il successo di un’opera deve rappresentare la principale aspirazione di chi la produce e questo successo deve corrispondere a una serie di parametri che abbiamo il dovere di considerare. È altrettanto ovvio che non è possibile soddisfare un intero arco di esigenze artistiche ma è grave limitare un’ambizione e recintarla in corrispondenza del proprio orticello, un fatto che purtroppo è molto frequente. In altre parole: non si può essere appagati dal solo fatto di portare in scena un lavoro. Il traguardo non può essere quello di ottenere il sostegno economico e realizzare l’opera ad esso legata. L’obiettivo non può essere circoscritto nella sfera della singola compagnia o dell’associazione, ma è quello della compagnia e dell’associazione nella società in cui operano e rispetto ai cittadini che riescono a raggiungere grazie alla loro attività, ed è in questo che si definisce quell’atto di responsabilità a cui mi riferivo e in cui diventano essenziali i parametri di valutazione, di selezione, di valore artistico e culturale e di messaggio che sono rappresentati e offerti al pubblico.

Deve essere recuperato un profilo alto dell’offerta culturale e in questo passaggio le scelte che provengono dalle categorie produttive devono essere rimodulate e soprattutto trasportate nel mondo di oggi, che è quello della crisi economica, della caduta di valori condivisi, dei modelli devianti, ma anche e soprattutto della necessità di generare nuovi strumenti di aggregazione e di crescita comune in un clima di cooperazione e di riconoscimento reciproco. La situazione attuale, a dispetto degli annunci ruffiani di qualche ciarlatano, si protrarrà ancora a lungo ma questo non deve essere affrontato solamente come un periodo di contrazioni e di sacrifici ma anche come una straordinaria opportunità di rinascita grazie alla creazione di nuovi modelli sociali e in questo caso artistici.

Ogni giorno assistiamo agli scontri sguaiati tra fazioni politiche e tra politici. Ma altrettanto quotidianamente assistiamo agli scontri tra associazioni che magari operano negli stessi settori. Conflitti che derivano dall’ansia di accaparrarsi spazi di manovra collegati alla relazione particolare e nello stesso tempo ridurre le aree di attività di altri soggetti. Così facendo, partiti e associazioni, tradiscono l’interesse di coloro che dovrebbero rappresentare e vengono meno al principio fondamentale della loro missione che è quello del bene comune e dell’interesse collettivo.

Siamo 60 milioni in Italia. Facciamo la guerra per i mille, per i diecimila. Fossero anche centomila, ma nessuno può spiegare e giustificare questa squallida consuetudine, soprattutto tenendo conto che ci sono intere regioni abbandonate a se stesse, prive quasi totalmente di riferimenti culturali dinamici. Ci si preoccupa dei centomila da mettere sotto i riflettori e ci si disinteressa dei 10 milioni perché tanto restano nel buio. Se invece imparassero a collaborare, a unirsi, entrando in un grande progetto comune, con un patto concreto fatto di azioni e interventi da realizzare insieme, questo paese farebbe il salto in avanti che spero tutti, almeno questo, stiamo aspettando.

Qui si apre fatalmente il ragionamento sull’altro livello di rapporto. Quello con le Istituzioni, con le amministrazioni.

Se c’è qualcuno che chiede il pizzo e quindi è colpevole di un reato estorsivo, insopportabile, colui che paga, che accetta e che si rende subalterno a quel sistema è in qualche modo correo. Credo che questo sia abbastanza chiaro e in questo ragionamento deve essere tenuto ben presente.

Spesso ci riferiamo alla burocrazia come a un mostro a tre teste che fagocita l’universo. In Italia spesso è proprio così, inutile nasconderlo. Il difficile rapporto con le Istituzioni, a causa di distanze e di silenzi irrisolvibili, rallenta i processi in tutti i settori della società. La difficoltà di questo rapporto è meno accentuata nei contesti più elevati, mentre nel caso delle istanze avanzate dalla società civile e nello sviluppo di proposte che provengono da associazioni o gruppi di lavoro indipendenti, questa rigidità si trasforma facilmente in immobilismo. Di fatto stiamo vivendo in un paese paralizzato. Si avverte.

Nel luglio del 2009, insieme a due amici abbiamo pensato a una grande manifestazione artistica da realizzare per le strade di Roma. Ad agosto, pur nella difficoltà che questo mese determina, ci siamo mossi per organizzarla. Il 29 agosto abbiamo fatto una prima riunione ed eravamo circa 150 persone. A fine settembre siamo riusciti a fare 30 spettacoli in 5 giorni con un enorme successo di pubblico e soprattutto abbiamo trasmesso, o cercato di trasmettere, un messaggio di testimonianza sociale attraverso le opere che abbiamo messo in scena. Patrocini zero. Finanziamenti zero. Tempi di realizzazione brevissimi. Chi lavora in questo campo sa benissimo che la cosa più difficile è presentarsi a un pubblico casuale, per strada, senza copertura alcuna e mettersi a recitare. Il coraggio e l’impegno di questi ragazzi è stato fantastico. Lo abbiamo fatto tenendo conto del particolare momento che stiamo vivendo, quindi cercando di essere voce rappresentativa, lo abbiamo fatto per dimostrare l’attuabilità di un progetto simile, che in realtà può sembrare invece una follia, lo abbiamo fatto perché abbiamo scommesso innanzitutto su noi stessi, sul nostro impegno, sulla nostra determinazione, sulle nostre capacità. Credo di poter dire che è stata una scommessa vinta dalla quale è partito un progetto e che su questo progetto si è aperto un confronto con le amministrazioni. In qualsiasi parte del mondo occidentale e forse non solo occidentale, se viene presentata una simile esperienza si ottiene attenzione e probabilmente anche supporto per farla crescere. Artisti che si pongono al servizio della popolazione, per strada, con così tanto coraggio e trasparenza meritano senza dubbio uno spazio di espressione e di dignità artistica e professionale. Non voglio enfatizzare il nostro lavoro. È quello che in diverse occasioni altri anche hanno realizzato.

In questo modo volevamo aprire un confronto con l’amministrazione partendo da una piattaforma diversa, basata su una serie di elementi che meritavano ascolto e attenzione.

L’Assessorato alla cultura del Comune di Roma, non solo non ha ascoltato né prestato attenzione, ma ha anche disprezzato il nostro lavoro e la nostra dignità di artisti e di cittadini. Il problema che si è presentato al gruppo di potere dell’Assessorato è stato quello di trovarsi di fronte a un rapporto non burocratico. Siamo stati rapidi, operativi, innovativi, europei. Siamo andati a confrontarci su un progetto concreto, slegato dalle regole del consenso di parte e non strumentalizzabile. Nello stesso tempo si chiedeva un incontro all’Assessore per sviluppare progetti di accessibilità per i disabili sensoriali e anche in questo caso in modo del tutto trasparente, poggiando su esperienze all’avanguardia dal punto di vista tecnologico e su  competenze già comprovate, che anche in questo caso assicuravano efficienza. rapidità e risparmio. Ho avuto un appuntamento a 70 giorni. 2 giorni prima della scadenza l’appuntamento è stato fatto saltare dall’assessore stesso. È evidente che il confronto era troppo arduo, perché non burocratico, non servile, non improntato sulle consuetudini italiche. Occorrono competenze profonde e serve modernità per sostenere questo tipo di confronto.

Nello stesso periodo abbiamo letto di un “Tenda Teatro” messo su nel giro di un attimo. Un’impresa da 1.400.000 Euro per un’iniziativa che va avanti per 4 mesi appena, in un clima di segretezza e invisibilità. Nessuno parla di questo teatro.

Questo sperpero di denaro, queste cattedrali nel deserto prive di progetto, questo disprezzo per l’iniziativa indipendente al servizio della socialità, la mano pesante e arrogante di una certa burocrazia, invece di trasmettere rassegnazione o senso di sconfitta, danno la misura della debolezza di un sistema che è alle sue ultime rappresentazioni. Che all’estero non esiste e non è mai esistito. Un sistema che è morto, com’è finita la cappa di oppressione e condizionamento che ha affossato l’Italia per 40 anni.

Oggi ci muoviamo nella nebbia delle nostre cattive abitudini, del torpore nel quale ci siamo avvolti, della tendenza endemica alla rassegnazione, all’accettazione passiva.

Qui esce fuori la malattia vera dell’Italia che è quella che ci rende tutti burocrati perché anche all’interno dei nostri rapporti, anche nel contesto delle nostre associazioni assumiamo comportamenti fortemente burocratizzati e in questo modo manteniamo una colpevole immobilità che finisce poi col creare l’emergenza, il nuovo disagio, la nuova subordinazione all’intervento dall’alto.

Abbiamo strumenti per realizzare grandi cambiamenti. Quello che ci serve è una mentalità nuova e moderna, meno ancorata ai parametri all’Italiana e più dinamica, vivace e determinata. E soprattutto ci serve unità e unione d’intenti con progettualità che tengano conto che viviamo in ogni caso in una società di mercato.

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