Le recenti polemiche scoppiate sul caso di Maddalena Crippa che ha allontanato i traduttori LIS durante il suo spettacolo al teatro Argentina di Roma, evidenziano ancora una volta che uno strumento di accessibilità privo di un progetto culturale può diventare un boomerang per chi lo propone e dannoso per chi ne fruisce.
La profonda costernazione e il disappunto più totale espressi dalla direzione del Teatro sono sentimenti sorprendenti se considerati nel contesto di una programmazione ben definita e di un lavoro perfettamente concordato tra tutti ma è chiaro a tutti che questa capacità organizzativa è mancata del tutto.
Anche l’intervento del vice sindaco nonché assessore alla cultura Luca Bergamo risulta miseramente retorico e demagogico perché recita a memoria una poesia che poco ha a che fare con il processo inclusivo che deve scaturire dall’esperienza culturale. Processo tra l’altro smentito dall’approssimazione dell’iniziativa del Teatro di Roma.

È abbastanza facile inserire uno strumento tecnologico per la resa accessibile di uno spettacolo teatrale o cinematografico. A quanto pare è già meno facile farlo funzionare al meglio. La parte difficile, e per queste strutture burocratiche addirittura impossibile, è renderlo efficace dal punto di vista culturale.
Non basta andare a teatro per crescere culturalmente. Non basta organizzare uno spettacolo teatrale o una proiezione cinematografica o girare un film per fare cultura. È un concetto che pur ripetuto mille volte sembra non fare breccia. Lo dico sulla base dell’esperienza fatta in tanti anni di attività.
Purtroppo però è così e le fesserie sul teatro che deve essere uguale per tutti, ribadite da Luca Bergamo, servono per provare a passare per menti sensibili e illuminate ma è evidente a tutti che soprattutto in questo caso si tratta di una formula vuota e priva di senso.
Il teatro per fortuna non sarà mai uguale per tutti e non sarà mai neanche accessibile a tutti. Quello che può appartenere a tutti è ciò che nasce dall’esperienza culturale condivisa alla luce del processo di cui quell’esperienza fa parte.
Altrimenti sono etichette, medagliette, vetrinette e fanno parte dei soliti eventi senza progetto di sistema che tanto male hanno già fatto a Roma e all’Italia.
Se si parla di diritti, il diritto di seguire lo spettacolo da parte degli spettatori, di tutti gli spettatori, equivale al diritto degli attori di esprimersi nelle migliori condizioni possibili. Qualora ci siano esigenze speciali vanno concordate e ben predisposte al fine di garantire il perfetto svolgimento della rappresentazione e l’esperienza ideale per tutti gli spettatori.
È profondamente offensivo per le stesse persone sorde che lo strumento per l’accessibilità, in questo caso la traduzione LIS, venga proposto in una veste così speciale e totalizzante e che si gridi allo scandalo se l’attrice protagonista si permette di spostare dal palco persone che non c’entrano nulla con lo spettacolo. L’integrazione si promuove con percorsi inclusivi e non con dimostrazioni ideologiche a favore dell’accessibilità. Non c’è scandalo in quello che ha fatto Maddalena Crippa. Lo scandalo è come vengono organizzate queste cose ed è l’ipocrisia di chi (dopo) si indigna perché (dopo) si accorge che andava fatto in un altro modo.
Per realizzare la vera inclusione culturale serve una maggiore collaborazione, un dialogo più aperto e consapevole e soprattutto un progetto di sistema che faccia confluire ogni singolo evento in un grande processo condiviso e partecipato. E ci vuole tanto lavoro svolto con grande senso di responsabilità come fanno tante realtà associative, tanti operatori sociali e tanti volontari in tutta Italia.

PS: la sovratitolazione è la soluzione migliore per il teatro in particolare negli spettacoli con movimenti scenici impegnativi.

Sono come sempre aperto a un confronto pubblico, non virtuale, con gli assessori competenti e con la dirigenza del Teatro di Roma alla presenza e con la partecipazione delle associazioni di promozione sociale.

Stefano Pierpaoli

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