Secondo Tempo Narriamo il presente In questi ultimi mesi è accaduto che molte persone, diverse fra loro per arti, mestieri e professioni, si siano ritrovate, in modo assolutamente spontaneo, a cercar di far fronte a ciò che per tutti è sembrato l’ultimo rantolo prima della morte civile. La posta in gioco è alta: le idee, la libertà d’espressione, lo stato di salute e la cultura di un intero paese, l’Italia. Negli ultimi anni è accaduto, ancora, che molte persone, diverse fra loro per arti, mestieri e professioni, cercando di resistere al declino culturale del nostro Paese, abbiano manifestato la propria indignazione per ciò che è apparso il più urgente dei problemi: i tagli alla cultura, alla scuola, la riforma dell’università, la concentrazione dei gruppi editoriali, un sistema bloccato che ha, di fatto, portato l’Italia a essere un paese bloccato.
Dovendo difendere con le unghie e con i denti quelle regole del gioco che potrebbero restituire dignità a chi cerca di progettare il proprio futuro e insieme il futuro dell’intero Paese, abbiamo, però, rischiato di dimenticare a quale gioco giochiamo. Siamo certi che la battaglia per regole eque sia necessaria, ma siamo anche consapevoli che le innumerevoli questioni legate alla produzione, alla distribuzione, al mercato, ai finanziamenti e ai finanziatori, spesso, nella discussione pubblica, scavalcano un aspetto tutt’altro che secondario. La domanda è la seguente: come il nostro Paese si autorappresenta? Cosa raccontiamo con la nostra cinematografia? Siamo o non siamo liberi di scegliere le storie da raccontare? O siamo tutti coinvolti in una sorta di autocensura? La questione nasce da un punto di domanda posto sul ruolo di chi oggi si trova a voler “fare” cultura e che per avventura è nato negli anni settanta. Confrontandoci e discutendo ci siamo accorti che la tendenza a pensare i trenta - quarantenni come una generazione saltata, oltre che ad essere una tendenza autolesionista, può anche essere fuorviante. Ragionando a ritroso, ci siamo ritrovati a pensare che chi ha preso il latte negli anni settanta è cresciuto negli ultimi quarant’anni della storia d’Italia. È sempre così: le cose cambiano a seconda del punto di vista che si sceglie. Stiamo parlando degli ultimi trent’anni della nostra storia: abbiamo tutti vissuto una competitività malsana basata sul presupposto reaganiano di farcela da soli contro tutto e contro tutti. L’individualismo in cui ci siamo adagiati è andato a braccetto con la sensazione di essere sempre sotto ricatto. È paradossale perché si è distorta anche la percezione: si ha paura di perdere ciò che non si ha. In sintesi diciamo che questa è una delle cause del depauperamento culturale e della mutazione antropologica in cui oggi ci troviamo. Abbiamo quindi deciso di trascendere il dato generazionale e di riflettere sul fatto che chi vuole raccontare delle storie oggi si trova davanti un ostacolo insormontabile: la mancanza di “esperienza”. Anche se vi strapperemo il sorriso, citiamo il vocabolario Treccani: l’esperienza è la conoscenza diretta, personalmente acquisita con l’osservazione, l’uso o la pratica, di una determinata sfera della realtà: esperienza della vita, del mondo, degli uomini, dell’animo umano. Affinché l’esperienza si traduca in una storia da raccontare, in un romanzo o in un saggio, in un film di finzione o in un documentario, o in una serie televisiva, serve che siano attivi, in ciascuno, i cosiddetti “recettori del reale”, quei recettori, quindi, responsabili della rielaborazione dell’esperienza al fine di produrre narrazione. È indubbio che, in questa direzione, qualsiasi film rientra in questo discorso. A quale immaginario ci riferiamo, quando pensiamo un film? Può l'esperienza della realtà sganciarsi dal condizionamento del potere, sia in termini di rappresentazione, sia in termini di coscienza e consapevolezza dei modelli e delle forme della rappresentazione? E ancora, può l’esperienza della realtà non esaurirsi nelle esperienze individuali ed espandersi attraverso la messa in comune delle singole esperienze in un discorso collettivo? Come reagire al vuoto di condivisione delle esperienze personali? Facendoci tutte queste domande, ci siamo ritrovati a pensare che la prima cosa da fare è recuperare quel senso di cittadinanza che ha a che fare con la partecipazione diretta alle questioni che riguardano tutti. Come sempre più spesso viene sottolineato, il vuoto di “esperienza” della cinematografia italiana degli ultimi anni, è stato in parte colmato dalla nuova generazione di documentaristi che si sono assunti la responsabilità di un impegno “low cost”, tutto sulle proprie spalle. Vuoi raccontare una storia che parli di lavoro, eutanasia, aborto, malattia, dolore, immigrazione, potere corrotto? Devi pagare un prezzo altissimo. Tantissimi film realizzati a pochissimo costo e quasi per nulla distribuiti. Sono floride le rassegne e i festival, ma questo non basta. Tra l’altro, il rischio dietro l’angolo è quello di confondere il documentario con il tema trattato: come se bastasse l’argomento per realizzare un buon film. Lungi dal voler proporre una gerarchia di valori, né tantomeno un’estetica o uno stile, noi vogliamo parlare di libertà e riappropriarci di un termine che nel linguaggio politico degli ultimi anni è stato troppo spesso piegato a mistificazioni e opportunismi. La libertà di espressione va esercitata. Al di là dei facili slogan, noi vogliamo dire basta all’autocensura. Vogliamo creare una cinematografia che produca opere che raccontino la complessità del presente, che abbiano un respiro internazionale, che possano rappresentare l’Italia come Paese in grado di interpretare il proprio tempo, e non come un paese rincitrullito appresso allo sganascio. Vogliamo creare una cinematografia libera da condizionamenti censori. Non siamo più disposti a credere che ci sia la censura del mercato, perché il mercato in Italia non è mercato, nella misura in cui è così forte il duopolio Rai-Medusa e, di fatto, si è ridotto al minimo immaginabile il potere contrattuale dei produttori. Vogliamo assumerci la responsabilità di raccontare il nostro Paese, anzi il mondo intero. Perché siamo cittadini di un mondo complesso e siamo stanchi di sentirci dire che una storia che si svolge fuori dall’Italia o con personaggi non italiani, non sia interessante. Vogliamo creare una cinematografia in cui, nelle storie, le donne non siano più soltanto mogli, madri, amanti e fidanzate dei protagonisti; una cinematografia che non si vergogni di dire che il nostro paese talvolta è malato perché non ha da difendere se non la libertà e la creatività, oltre che il talento; una cinematografia che non sia a servizio del partito di maggioranza, qualunque esso sia, una cinematografia libera e indipendente, che ritorni a essere all’altezza di un paese moderno, laico, democratico e libero. Se considerate valore la questione aperta e volete mettervi in cammino per contribuire alla rinascita di una politica culturale nel nostro Paese, partecipate alla discussione, intervenendo nel blog dal sito secondotempo2011.wordpress.com oppure cercate alla pagina Facebook Narriamo il Presente potete contattarci anche per email:
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Appuntamento per tutti, Sabato 24 settembre 2011 alle ore 10.00 presso la sede del Cinema Apollo 11, via Conte Verde 51. www.apolloundici.it Tel. 06.7003901
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