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malasanità ed eutanasiaSpot ed eutanasia della politica
Non solo potrei essere favorevole all’eutanasia ma non ho timore di dire che appoggio forse addirittura di più perfino il suicidio.
Prendo atto, dalle dichiarazione del segretario dei Radicali Mario Staderini, che il 67% degli Italiani approvano la risoluzione della “dolce morte” o “morte opportuna” a seconda delle definizioni che amano utilizzare i politicanti, ma ne prendo atto come faccio ogni volta che ascolto, annoiatissimo, le cifre sui sondaggi e sugli indici di preferenza. Lo spot diffuso in questi giorni è discretamente suggestivo ma di fatto è solo uno spot. Descrive una scelta individuale, magari consapevole, frutto di un’esperienza soggettiva. Il problema è che si tratta di un attore e fatalmente riduce una questione così importante nei termini della sola rappresentazione, mentre dall’altra parte e nello stesso tempo, i politicanti rivendicano una rappresentanza basandosi sulla solita e misera rassegna di numeri.Un nuovo esempio di come in Italia si preferisca partire dalla fine, cioè dall’esibizione di un singolo elemento di propaganda che, imposto singolarmente, diventa principio e fondamento dell’iniziativa politica e che finisce col trasmettere la consueta esibizione di soubrettine di partito che ambiscono alla facile visibilità di un passaggio televisivo.
La questione è molto più complessa e non merita una semplificazione così sommaria.
Nessuno può permettersi di generalizzare la figura del malato terminale senza considerarne la storia personale e senza esaminare con profondo rispetto e coscienza il percorso attraverso il quale è giunto all’ultima fase della sua esistenza.
Ricerca, cura e prevenzione sono i termini da cui non possiamo prescindere prima di parlare di eutanasia, altrimenti rischiamo di riferirci a una maggioranza di casi in cui l’eutanasia diventa la soluzione finale per i più poveri e per i più ignoranti.
Se vivessimo in un paese in cui la sanità è garantita in modo omogeneo e in cui la ricerca viene supportata da valide scelte di sistema, saremmo quasi certi che chi giunge a una determinata e drammatica condizione ha goduto comunque fino a quel momento di eguali forme di assistenza e di cura. Il rischio atroce nasce nel momento stesso in cui ben sappiamo che queste garanzie, qualora anche esistano, sono tutt’altro che uniformi e che risentono delle molteplici variabili che riguardano la regione di appartenenza, l’ambiente culturale e naturalmente la condizione economica del malato.
Non possiamo osservare con uno spot, un dépliant e una breve descrizione, solo la fine del viaggio, senza riflettere e quindi conoscere come si arriva a quella meta, perché parliamo di diritti che devono essere uguali per tutti e fino a che non li avremo assicurati a tutti in ugual misura non potremo rispondere alla domanda di partenza, semplice, diretta ma ineludibile: se un cittadino deve aspettare mesi per un esame clinico e un altro cittadino può permettersi di pagare e avere quello stesso esame in un giorno, stiamo parlando della stessa eutanasia? Stiamo parlando di un cammino comune e parimenti garantito?
L’Italia non è un paese per malati, come non lo è per poveri né per disoccupati, e se il povero o il disoccupato si ammala, il valore della sua patologia, nella maggioranza dei casi, è direttamente proporzionale all’ammontare del suo conto in banca.
Quel 67% di Italiani (prendiamo per buono questo dato) che hanno risposto “sì” all’eutanasia avrebbero dovuto dire di ripassare quando in questa nazione i parametri di ricerca, di assistenza, di prevenzione e di cura avranno raggiunto un livello tale da farci sentire, per lo meno nei momenti dolorosi, tutti uguali aldilà della legittima scelta individuale.
Facciamola finita con questi deprimenti sondaggi e i politici che ne abusano comincino a capire che quando si snocciolano numeri e percentuali si definisce anche la propria pochezza politica e la mancanza di leadership, che è invece responsabilità e dignità politica.


Stefano Pierpaoli
12 novembre 2010

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