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La saldatura tra lavoratori e movimenti studenteschi del ’68 o del ’77 è rimasta un’immagine mistificatoria per nostalgici. Una fusione mai avvenuta per distanze oggettive alle quali non bastava l’unità illusoria della sola contestazione per trovare un percorso comune. Un “sentire” troppo diverso per via di provenienze da classi sociali staccate tra loro e prospettive deboli e discordanti, tant’è vero che negli anni ’80 lo yuppismo e il disimpegno avrebbero fagocitato tutto e tutti, lasciando l’Italia in balìa di partiti cannibali e classi dirigenti composte da cialtroni e faccendieri.
L’unità tra il sindacato e la mobilitazione giovanile che si sta realizzando in questi giorni costituisce un fenomeno più implosivo perché frutto di sentimenti omogenei e sicuramente convergenti nella direzione di due obiettivi condivisi.Il primo di questi bersagli è rappresentato da un governo sempre più oppressivo, che attraverso un’autorità unicamente mediatica esercita un’azione continua di soffocamento e smantella i punti di riferimento del bene comune, concreti o illusori, che determinano la pace sociale e mantengono in vita gli strumenti di confronto e le aree di respiro indispensabili per la sopravvivenza della democrazia.
L’altro obiettivo che crea la coesione di massa a cui stiamo assistendo è riassunto in una parola che in questo ultimo mese abbiamo sentito ripetere all’infinito: il futuro. Ottimismo e annunci non sono più sufficienti per reprimere la richiesta di progetti verificabili, e i disequilibri, ormai evidenti, di cui soffre la maggioranza dei cittadini spinge la popolazione alla ribellione verso chi sta depredando il domani di tutti.

L’angoscia prodotta dal furto del futuro scatena una protesta in cui tutti si trovano affiancati e costruisce un vincolo che oltrepassa tanto le differenze generazionali quanto le esperienze provenienti dalla condizione sociale.Il paradosso che si manifesta in questa fase rispetto ai movimenti di 40 anni fa è la mancanza di una politica in grado di interpretare e rappresentare questo malessere e i tanti bisogni da cui deriva. Con tutti i suoi limiti e i suoi vizi esisteva allora un partito di massa che in qualche modo riusciva a convogliare anche la contestazione più accesa e cercava di individuare i punti essenziali per mettere in atto politiche di solidarietà, di lotta parlamentare e di emancipazione. Pur auto-condannatosi ad un unico ruolo di opposizione e per sua stessa natura destinato a restare minoranza, esercitava continua pressione sulle classi dirigenti e faceva da contraltare alla forza monolitica e sovrana della DC, la quale a sua volta non avrebbe mai trascurato, tanto meno mortificato, le spinte provenienti dalla classe operaia e dalle contestazioni studentesche.
Gli assetti politici esistenti fino alla metà degli anni ‘70 ci permettono di dire che c’era una politica che correva avanti e che si poneva alla testa del suo elettorato in modo composto, definito, mai trasversale e senza formule opportunistiche.Lo scenario di fronte al quale ci troviamo oggi è invece quello di leader sempre più impegnati nella rincorsa degli eventi, sempre in ritardo con la storia e impigliati nella lettura dei sondaggi per provare almeno a montarci sopra e legittimare il proprio (goffo) operato.

La prova di tutto questo ci viene offerta in modo clamoroso dalla manifestazione di ieri, in cui è il sindacato a proporsi in quanto entità unificatrice delle tante proteste che arrivano dalla popolazione, mentre molti dirigenti di partito, ai piedi del palco, tentano di arraffare il proprio momento di gloria dopo essere scesi dai tetti e dopo essere evasi dai talk show.
Il fatto che le figure più popolari sulle quali si sta fabbricando il panorama delle prossime elezioni non siano in parlamento o addirittura non abbiano mai fatto politica attiva, conferma l’asfissia nella capacità rappresentativa di cui risente il luogo della sovranità popolare.

Sarebbe ingiusto e pericoloso rottamare le dirigenze dei partiti ed è insignificante proporsi in quanto “nuovo” solo in base alla carta d’identità e sull’onda dello scontento generale, ma forse l’esigenza che traspare dai processi di cui siamo testimoni e protagonisti è quella di purificare gli indirizzi politici dalle collusioni con la grande impresa e con il torbido mondo dell’alta finanza, perché l’unico futuro possibile è quello che si costruisce sulla base di un rapporto sano con la cittadinanza, lontano dai padroni.

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