La frittata con le cipolle “Il minimo comun denominatore tra noi e la protesta studentesca è nel futuro” ha esordito ieri sera Stefano Rulli in occasione di un incontro con gli studenti al DAMS di Roma3 occupato da qualche giorno. Il futuro è un elemento senz’altro unificante per la gran parte degli Italiani e trovarsi in un’aula di università per affrontare questo tema, oltretutto nel quadro del dissesto culturale in atto, può rappresentare un’occasione di confronto davvero significativa.
Sedere a una cattedra universitaria di fronte a molti studenti è un’esperienza di cui essere orgogliosi e al tempo stesso è una condizione in cui occorre agire con estrema attenzione e grande senso di responsabilità. L’università, quella pubblica soprattutto, è un luogo che appartiene agli studenti e in un particolare momento come questo, di malessere, protesta e occupazione, riveste un ruolo che va aldilà dell’istituzione stessa e assume contorni sociali di più ampia portata. Qualsiasi gruppo esterno che viene invitato a un confronto in questa sede, deve innanzitutto sapere che beneficia di un privilegio concesso dagli stessi studenti e alla luce di questa condizione deve intervenire con rispetto e serietà. Parlare a dei giovani nel luogo del sapere non è una scampagnata, è una manifestazione pubblica di partecipazione alla conoscenza. Qualsiasi forma di strumentalizzazione e di arbitraria etichettatura costituisce un atto offensivo e prevaricatorio. Tutti ci auguriamo che questo concetto non debba essere spiegato. Si può essere certi che chi ha parlato nell’aula del DAMS di Roma3 non avesse questa intenzione ma questo non può giustificare l’atteggiamento mistificatorio e approssimativo con cui è stato gestito questo incontro. Il professore che ha organizzato questa riunione si è domandato, risentito, come mai non fossero presenti altri docenti della facoltà, ma è assai probabile che gli altri docenti abbiano soppesato bene l’entità di questa iniziativa e forse qualcuno di loro ha preso anche atto che l’università è occupata. Signori dei 100autori e rappresentanti del movimento “Tutti a casa”, se si entra all’università bisogna avere le idee chiare. Non ci si può presentare di fronte agli studenti e raccontare la favola di cappuccetto rosso né descrivere la ricetta della frittata con le cipolle. Il silenzio con il quale è stata accolta la richiesta di domande da parte delle ragazze e dei ragazzi presenti credo abbia mostrato chiaramente l’imbarazzo e la distanza che c’era tra voi e loro. Un silenzio interrotto dalla precisa ed esauriente definizione di uno studente sui motivi della protesta, che voi candidamente avete confessato di non conoscere. Potevate documentarvi. Loro non possono andare sul red carpet né fanno scioperi ombra. Il movimento studentesco è cosa molto più seria. Se il futuro doveva essere il fattore aggregante e l’argomento centrale dei vostri interventi, beh, stiamo messi molto male. È molto grave stare su una cattedra universitaria e affermare di essere un “vetero-comunista”, se non altro perché non era quello il tema della discussione. Bisogna poi aggiungere che questo tipo di frasi potrebbero essere pronunciate se si andasse lì in quanto leader politico o alla luce di vicende testimoniabili, di una storia personale manifesta e ovviamente autorevole. Sono battute da “compagnucci” molto disinvolti ma sarebbe doveroso avere più rispetto per i giovani, altrimenti si cade nel “codice del maneggione”, ossia parole in libertà che fuoriescono da menti deliranti. È molto grave prendere il microfono e lanciare l’esortazione a spaccare la casa del grande fratello. Non servono grida di battaglia e inviti alla violenza, ma idee e progetti. Solo così si ricrea un futuro. (E non si dica che è stata una battuta anche questa perché avete parlato del grande fratello per 20 minuti). E infine non si può sorvolare sulle perle della serata: “la creatività è il volano del nostro sviluppo” e “la creatività deve essere al centro del progetto per il Paese”. Me-ra-vi-glio-so. Di creatività ce n’è stata tanta, basti pensare alla finanza creativa che ha segnato le scelte della macroeconomia. Se fosse una qualche forma di provocazione (ma si fa fatica a rintracciarne il senso) potrebbe anche passare, ma non era affatto una provocazione, dato che è stata citata come cardine imprescindibile della nostra rinascita. In un momento come questo suona più come una presa per il c**o fatta gratuitamente ai ragazzi che ascoltavano pazientemente. C’è stato uno studente che ha provato a parlare citando il temine “contraddizione” ma è stato subito zittito. Peccato. Si potrebbe andare avanti sullo spessore di questa sortita dei 100autori e di alcuni esponenti del movimento “Tutti a casa”, ma non sarebbe corretto amalgamare tutti coloro che giustamente lottano per i diritti dei lavoratori dell’audiovisivo e uniformare un pensiero sulla base di azioni e dichiarazioni individuali e arbitrarie. In un’aula di università ci si deve aspettare un’analisi sistemica, un ragionamento sui modelli sociali e culturali, una serie di approfondimenti significativi sui processi in atto. Ciò che si dice deve essere identificato nella responsabilità che ci si assume quando si toccano temi di fondamentale importanza e innanzitutto nel rispetto e nel senso civile che si deve mantenere in luoghi come l’università.
Stiamo vivendo un tempo certamente difficile ma esiste un margine non indifferente per aprire spazi nuovi, proprio per la debolezza di un sistema che è al suo epilogo.
Non sprechiamo questo tempo perpetrando gli errori fatti per almeno 20 anni. È finita un’epoca e devono cambiare i presupposti. Se ci si comporta come se ancora fossimo nel 1995 o giù di lì, si rischia di produrre ulteriori danni e generare un’infinita catena di contraddizioni. Il futuro non ha bisogno di autoreferenzialità ma di energie nuove e di progetti comuni, portati avanti con onestà intellettuale e, se non è chiedere troppo, con un po’ di sana umiltà.
Step 6 dicembre 2010
Nella foto: Lo sceneggiatore Stefano Rulli, presidente dell'associazione 100autori
|