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televisione rottaDimensione rivolta (televisiva)
L’azienda smentisce, ma fonti attendibili ci dicono che gli introiti del canone RAI sono crollati del 37%. Più di un terzo dei cittadini/utenti trascurano di pagare la retta annuale dovuta al servizio pubblico televisivo. Possibile che ora si muovano i controllori per verificare i mancati pagamenti ma è ancora più plausibile che si astengano dall’aggiungere problema a problema. In Lombardia e nel Lazio la metà dei cittadini/utenti ricevono il segnale digitale a intermittenza. Nel resto della Penisola il decoder rappresenta più che altro uno strumento infernale che ha invaso le case per complicare la vita. La questione delle frequenze nasconde un intreccio perverso che costringe la TV nazionale ad elevare i costi senza riuscire a garantire il servizio.

Servizio appunto. Un termine che dovrebbe evocare quanto meno la prestazione di un’opera trasparente a disposizione dei cittadini/utenti ma che risulta notoriamente il terreno di conquista in cui si combattono gli scontri più atroci. Telegiornali lottizzati, programmi di informazione soffocati, liste di proscrizione per conduttori non graditi, assenza di libera produzione e di libera creatività, spazi illegittimi di propaganda concessi al presidente del consiglio. Ce ne sarebbero molte da dire sull’entità e sulla qualità del servizio, tanto da far pensare che se un matto si svegliasse una mattina e facesse causa alla TV di Stato su questioni di diritto, di libertà e di funzionalità c’è anche la possibilità che vengano riconosciuti le gravi inadempienze e gli insopportabili malfunzionamenti dell’offerta del servizio. Basterebbe domandare a chi serve questa RAI; al cittadino/utente che ha diritto al servizio o alle cupole del potere per fare propaganda, guidare le masse, condizionare i consumi e mistificare la realtà? La risposta esce fuori dall’evidenza dei fatti.
Questo 37% di “evasori” sono una cifra che in parte scaturisce senza dubbio della povertà del popolo, ma se è vero come è vero che la televisione è la fabbrica principale del consenso, non si può trascurare il fatto che un’ampia maggioranza rifiuta di essere ingoiata dal piccolo schermo e comincia a ritrarsi dall’obbligo per trasmettere il proprio distacco.
Un numero così alto assume i contorni di una dimensione su cui sarebbe stupido sorvolare. Perfino per gli stupidi che ci stanno governando.

SteP

15 aprile 2011

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