Figli di chi Lo abbiamo accanto. Ci ruggisce dentro o ci spinge oltre. Ci mostra ciò che ci esaspera e che fa infuriare. Ci incita a protestare, a manifestare, a contrapporci. Ci rende spesso orgogliosi, per un mese ma anche per un’ora soltanto. Ci fa sentire importanti e se è anche per un solo minuto può bastare. Ci fa perdere la misura perché a volte non se ne po’ fare a meno, del resto la pazienza ha un limite. Ci fa indignare al punto di mobilitarci e bloccare, occupare, invadere. Menare.
Ascoltiamo i tonfi e le sciagure che accadono lontano e che non ci camminano accanto. Potremmo scoprire che la radice è simile perché è esasperata, furiosa, smisurata ma ci riguarda solo in parte. La conosciamo solo per via di quel rumore che arriva da lontano e che appare troppo lontano perché sia anche nostro. Quello è un altro mondo, è un’altra storia. Eppure il veleno della disperazione nasce da un dolore che ci scorre dentro e che non è così dissimile tra una latitudine e l’altra. Una sofferenza indotta ma accettata da tanto tempo. Da molti per non dire da tutti. Nemmeno distinguiamo più il giorno in cui abbiamo smesso di capire e riconoscere. Molti non hanno colpa perché sono nati quando tutto era già cominciato. O finito. E allora assalire, lottare, opporsi. Oppure no. Magari fermarsi e guardare indietro. Identificare quella radice e comprendere quel giorno. Capire di chi o di cosa siamo figli e se siamo figli di qualcosa. E allora rinascere. Meno disperati e meno esasperati. Senza la fretta di oltrepassare. Più limpidi da sembrare umili. Talmente forti da scoprirci capaci di costruire insieme un tempo nuovo di cui essere figli e di esserne felici.
SteP 24 luglio 2011

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