Relazione della Dott.ssa in Filosofia Alessia Ortenzio Membro della commissione scientifica di Consequenze
Il mio intervento si inserisce proprio a questo punto del nostro dibattito in quanto esso rappresenterà da un lato una ricognizione di quanto già detto, dall’altro tenderà ad indagare, e nel caso chiarire, i processi intellettuali attraverso i quali Consequenze giunge a tali affermazioni. Tuttavia, il discorso che seguirà potrà sembrare all’ascoltatore in molti punti lacunoso, in molti altri incerto e niente affatto esaustivo, di questo, spero, mi si perdonerà, poiché è stata operata una cernita nel senso della tematica che anima il convegno. Attraverso gli interventi effettuati dai precedenti relatori emergono, quali punti critici dell’intera riflessione intorno al problema culturale che investe l’attualità, essenzialmente cinque concetti che andiamo a sintetizzare di seguito:
1) lo sviluppo della comunità nazionale, la qualità della vita democratica del paese e il suo conseguente livello di maturità democratica dipendono dal rapporto tra “potere” e “cultura”;
2) il potere, rappresentato dalle moderne democrazie, manifesta, sempre più, una sostanziale involuzione autoritaria nella spasmodica “costruzione del consenso”, ottenuta, attraverso un impiego artificiale e non originario della cultura, da parte della classe dirigente;
3) in questo contesto la cultura assume un ruolo di notevole responsabilità, poiché gli strumenti popolari di arricchimento culturale ed informativo divengono strumenti di veicolazione del messaggio ideologico e del modello della classe dirigente;
4) in tal modo la produzione culturale viene assoggettata alle regole economiche di mercato, divenendo essa stessa merce, quindi, componente non secondaria della vita economica del paese;
5) rendendo la vita culturale un fattore determinante nella vita sociale del paese essa esiste come oggetto del potere della classe dirigente e non come libera espressione dello spirito umano.
A partire da tali intuizioni emerge, piuttosto chiaramente, da un lato l’indebolimento della figura dell’intellettuale, da sempre portatore, e sostenitore dei valori e dei processi decisionali della società, il quale, invece, viene ridotto ad un professionista cortigiano che si esprime nel cerchio di influenza dei poteri mediatici, finanziari, editoriali e commerciali esistenti; dall’altro si palesa il distacco crescente tra produzione culturale e intellettuale e massa, frattura questa responsabile del rallentamento della nascita, dello sviluppo e della creazione di una coscienza nazionale democratica, e ragione principale della fragilità sociale. Come siamo giunti a tanto? È questo un chiaro stato di crisi della cultura, dei valori, della società, della civiltà o no? Ecco, dunque, il punto di cui mi accuperò e che costituisce uno dei nodi dai quali hanno preso vita le intuizioni, e poi le esigenze, del nostro movimento. È considerato uno stato di crisi, nel linguaggio quotidiano, una condizione di incertezza, irresolutezza e indecisione, provocato dal non sapere come gli eventi si stiano evolvendo, e dal timore di non poter imprimer loro la svolta desiderata. Nello stato di crisi non abbiamo la certezza che le cose andranno a finire bene, non controlliamo il flusso degli eventi, e per evitare di non trovare una via d’uscita tentiamo di battere tutte le strade possibili, spesso commettendo una serie di errori. I sentimenti di incertezza, impotenza, e la percezione dell’inadeguatezza dei mezzi e degli strumenti d’azione mentali e materiali sono nel momento di massimo flusso, mentre, al contrario, la fiducia in se stessi si trova nel tempo del riflusso. J. Habermas, in un lavoro sulla crisi della legittimazione, suggeriva che per parlare di crisi sembra essere necessaria, innanzitutto, una teoria con la quale confrontare tale stato per stabilire che esso sia uno stato di crisi. Insomma, servirebbe uno stato di normalità, di non problematicità, familiare, regolare, equilibrato, che sia minacciato, sgretolato, e mandato in rovina da una serie di eventi che non appaiono routinari e prevedibili. In altre parole la crisi sarebbe, secondo Habermas, uno stato in cui le azioni conosciute e ripetute non producono più i risultati cui eravamo abituati. Z. Bauman, invece, rivela, con un’intuizione di heiddegeriana memoria, che solo mediante lo stra-ordinario riconosciamo il significato dell’ordinario; per cui, soltanto quando qualcosa va male postuliamo l’idea del giusto e del conveniente, in opposizione con ciò che è malsano, distorto, s-quilibrato. Pertanto, aggiunge Bauman, ne “La solitudine del cittadino globale”: “in contrasto con la logica, ma in armonia con il modo in cui funzionano le nostre facoltà cognitive, la percezione della crisi precede la consapevolezza della norma”. Dunque, diremo con Bauman, e al contrario di Habermas, che è la percezione della crisi avvertita dalla società che induce la stessa a formulare una teoria del “normale”, la quale contempli l’immagine della “normalità” in opposizione manifesta alla “anormalità” che, invece, impone una situazione di generale crisi. Solitamente non badiamo agli strumenti che utilizziamo, ai risultati che, attraverso il loro impiego, otteniamo; ci accorgiamo di tutto ciò solo quando qualcosa si spezza nella catena della routine, e gli strumenti che prima ci consegnavano un certo successo senza neanche riflettere, ci sembrano come inceppati, poco maneggevoli, mal funzionanti. Così, sentiamo la necessità di scoprire quali fossero le condizione che, in passato, li rendevano efficaci, e che cosa occorra fare per ripristinare quelle condizioni. La svolta nel nostro discorso ce la offre la lettura di Ortega y Gasset, che riflettendo sulle generazioni ci regale un’intuizione imprescindibile per ogni discorso che si voglia intraprendere sulla crisi. Se è vero che nessuno di noi per creare la cultura del proprio tempo reinventa il mondo, anzi, acquisisce il sapere dalle generazioni precedenti e, nel caso lo modifica, lo ingrossa, lo contesta, è altrettanto vero che compie questo sforzo in un momento storico in cui il vecchio convive con il nuovo, in cui più generazioni condividono il medesimo spazio temporale, ma comunicano con i proprio personalissimi mezzi. Già soltanto per questo la società si trova, come è logico, in un perenne stato di crisi, in cui si manifestano scontri e conflitti culturali, tensioni che nascono ed altre che si spengono. Commetteremmo un grande errore se non tenessimo conto di quello che, in questo contesto, Ortega y Gasset ha indicato come elemento della “pluralità”. Dunque, ciò che intendiamo dire è essenzialmente che la nozione di crisi riferita alla costante mancanza di certezze, alla continua invalidazione dei mezzi e dei modi abituali definisce lo stato normale della società. Essere in crisi è il modo d’essere della società, e a questa essenza non si sottrae di certo la nostra società. Pertanto, lanciare l’allarme e gridare al panico imputando alle “crisi” lo svuotamento intellettuale e la monotonia culturale ci appare del tutto sbagliato. Dice ancora Bauman: “le perifrasi che contengono la parola crisi sono pleonastiche come il burro è fatto con il latte e l’acqua è liquida; “crisi dell’arte”, “crisi dei valori”, “crisi della società” non distinguono una particolare forma di cultura dalle altre, o un momento speciale della vita dell’arte rispetto al resto della sua storia”.
Ciò che abbiamo finora asserito viene dimostrato da quanto segue. Ci soffermeremo, innanzitutto, sulla nozione di “crisi dei valori”, e poi su quella di “crisi della cultura”. Torniamo all’idea di Habermas della percezione della crisi attraverso una teoria. Seguendo questo ragionamento il concetto di “crisi dei valori” diventa il prodotto di un’etica fondamentalista secondo cui i criteri morali possono essere rispettati solo a condizione che gli individui siano messi sistematicamente in una condizione di non-scelta. In questo modo si indottrina il cittadino fino ad ottenere il rispetto assoluto di un solo codice morale, il rifiuto di tutti i precetti alternativi, e si manipolano le condizioni materiali affinché le uniche azioni che egli possa esercitare siano “etiche”. Lo stato di crisi in una tale condizione di fondamentalismo etico è percepito semplicemente in presenza di una pluralità di valori; la possibilità di scelta affidata unicamente alle facoltà del cittadino costituisce una minaccia, una forma malsana di governo, assurda e per ciò stesso innaturale. Essa rappresenta il fallimento della stato etico, del progetto moralizzatore, dell’unica moralità e, quindi, della moralità come Idea in sé. Inoltre, è necessario considerare che il progetto moralizzatore messo in atto dallo stato etico fondamentalista non genera reale responsabilità morale nel cittadino, piuttosto genera timore, aderenza incondizionata e conformità cieca alla regola imposta dall’alto. Ora, appare chiaro che laddove si manifesti un’unica entità che decida per la collettività cosa sia bene e cosa, invece, sia male, quella medesima entità additerà come la peste il pericolo della dispersione del proprio potere. Quindi, se si moltiplicheranno i valori, le coscienze, e, contemporaneamente, cresceranno la capacità e il potere decisionale da parte del cittadino lo stato fondamentalista urlerà allo scandalo. La “crisi dei valori” così intesa è una grave minaccia alla moralità, soprattutto perché in una simile teoria della moralità e nella sua applicazione pratica l’idea della responsabilità autonoma del soggetto è assente. Noi riteniamo che la natura della moralità possa essere considerata sotto un’altra prospettiva che metta in primo piano la responsabilità dell’attore autonomo. Qui, l’abbondanza di valori, la pluralità e la possibilità di scelta lasciata alla coscienza dell’individuo rappresentano le uniche condizioni favorevoli al compimento di un atto morale. La sola molteplicità dei valori non garantisce, è vero, che il cittadino compia scelte etiche e conduca un’esistenza morale, ma senza quella molteplicità le probabilità che ciò avvenga sono scarse. Pertanto, riteniamo che quella che spesso, come accade negli ultimi anni , viene chiamata crisi sia semplicemente lo stato naturale e il modo d’essere di un io morale degli uomini. Così come per la “crisi dei valori” anche per la “crisi culturale” tale nozione ha innescato l’ansia per la mancanza di “normalità”. La “crisi della cultura”, come suggerisce Bauman, ha finito per indicare la non chiarezza, l’ambiguità, l’ambivalenza normativa, fino a diventare causa del disorientamento della società e minaccia per il suo benessere. Anche in questo caso l’errore sta nell’aver considerato la cultura come un insieme di norme regolatrici, coerenti e complementari, permeate da quella che viene comunemente chiamata, in filosofia, la “sindrome da valore dominante”, che impregna della sua indiscussa superiorità l’intero sistema. Così, la cultura era funzionale a mantenere un certo ordine, gestiva le tensioni sociali e dispensava continuità nella sequela delle generazioni. Oggi, questo concetto di cultura è obsoleto; la cultura non ci restituisce più quello che ci aspettavamo, cioè l’immagine di una totalità coerente e coesa, costituita da parti collegate e articolate, ma l’immagine di un’ampia gamma di possibilità, in cui si realizzano variazioni e combinazioni coerenti. In questa visione della cultura come processo in continua evoluzione sono proprio le storture e le incoerenze a costituire il terreno fertile delle idee. Per dirla con Luhmann è grazie a questo perenne “funzionare male” che la cultura sostiene la causa della libertà umana. Dunque, anche in questo caso come nel caso della “crisi dei valori” non ha assolutamente senso parlare di “crisi” come di contrario di “normalità”. Per ricongiungerci al nostro punto di partenza riteniamo, secondo ciò che è stato finora detto, che non siano in atto una “crisi dei valori, della cultura, della società”. Se la produzione intellettuale ha subito negli ultimi anni una battuta d’arresto, se avvertiamo sensibilmente la presenza di una frattura che si sta allargando tra mondo intellettuale e massa, se, infine, percepiamo la figura dell’intellettuale odierno tristemente infiacchita, non è certo per la presenza di una qualunque crisi, bensì per il controllo capillare, l’appropriazione e la gestione indebita che le forze al potere fanno della cultura. Un intellettuale e un artista sono tali sempre, nella loro essenza, nel modo d’esser-ci-nel-mondo; un intellettuale o un artista sono stati in passato, sarebbero tutt’ora e lo saranno ancora nel futuro, capaci di trovare valori, crearli e ricrearli, fornirli e offrirli alla società sotto forme diverse e con modalità diverse. Ad un artista non mancheranno mai né i simboli da vestire né i segni da riempire! Quello che manca loro, da qualche anno ormai, è da un lato la libertà di operare la famosa scelta cui abbiamo a lungo accennato sopra, dall’altro di veicolare messaggi, valori e idee con mezzi autonomi. La cultura è diventato il luogo attraverso cui racimolare consensi da parte della nostre deboli e sgretolate democrazie, quindi le idee e i valori proposti dalla produzione intellettuale sono quelle imposte dalla classe dirigente, e i mezzi attraverso cui veicolare questa cultura del consenso sono quelli dei committenti. Ciò che Consequenze chiede, pertanto, è la legittima riappropriazione di quei mezzi di comunicazione culturale, di cui il mondo intellettuale è stato depaoperato, certi che gli artisti, i geni, gli intuitivi, i grandi e i piccoli pensatori, e più semplicemente gli uomini intelligenti esistano da sempre ed esistano, dunque, anche nel nostro tempo, e che abbiano bisogno solo di un certo tipo di libertà, condizione necessaria e nemmeno sufficiente affinché si manifesti lo spirito dell’individuo. Se l’artista offre la propria professionalità ad un committente che gli impone non solo il significato, ma persino il segno attraverso il quale esprimere tale simbolo, appare chiaro come sia inesistente l’iniziativa e la libertà del singolo. Permettere all’artista di trovare i propri significati nel frammentato, nell’esistente, nello storicamente dato è, forse, una delle più grandi manifestazione di democrazia.
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