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Relazione della Prof.ssa Rita Borioni
Docente di Legislazione dei Beni culturali
Critica e ricercatrice


In Italia una persona su due con più di sei anni ha assistito ad uno spettacolo cinematografico negli ultimi 12 mesi. E una persona su due, evidentemente, non è mai andata al cinema.
Meno di due persone su 10 (con più di sei anni) sono andato a teatro. Ed altri otto non ci sono andati.
Oltre il 12 per cento delle famiglie italiane (2,8 milioni di famiglie) dichiara di non avere neanche un libro in casa, con punte che raggiungono il 24 per cento in Puglia: come a dire che una famiglia su 4 in Puglia non possiede neanche un libro in casa.
Tra i non lettori, il 30 per cento circa afferma che leggere è noioso e non appassionante. Un inquietante percentuale dell’8,3 per cento ci dice che non sa leggere o non legge bene (la percentuale sale, dopo i 15 anni con l’inesorabile regolarità con cui si diffonde l’analfabetismo di ritorno).
Ma, come diceva il poeta romano Trilussa, la statistica “è na' cosa
che serve pe fà un conto in generale”, e infatti, se io vado al cinema 2 volte al mese, 24 volte l’anno, sto “rubando” statisticamente parlando, l’entrata al cinema a qualcun altro che si trova deprivato anche della suo mezzo film all’anno. Non ci sono, cioè 30 milioni di italiani che vanno al cinema, ma molti meno.
Ma ecco un dato che non stupirà nessuno. La concentrazione di consumi culturali è maggiore laddove il titolo di studio è più alto. Tra il laureati la quantità di lettori di libri è prossima al 90 per cento sia che si tratti di giovani che di persone mature o anziane. Per chi ha conseguito la sola licenza elementare la percentuale è del 40 per cento. Se poi parliamo di forti consumatori di libri, tra i laureati essi sono circa il 42 per cento, che scendono al 17 tra i diplomati e cadono fino all’8 per cento per chi ha licenza media o elementare.
Non è mia intenzione continuare a snocciolare statistiche che sono solo il mezzo e non il fine ultimo del mio ragionamento.
Ma dai dati che ho esposto fin qui è lampante che il nostro paese è affetto da una grave distorsione dal punto di vista dei consumi culturali.
Ciò è dovuto ad una quantità di ragioni che non è questa la sede per esaminare in tutta la loro complessità. Vorrei piuttosto raccontarvi alcune “ovvietà”.
Vorrei sottolineare che le suggestioni per questa parte dell’intervento mi vengono dall’ascolto di un bellissimo seminario tenuto da uno studioso straordinario che si chiama Pier Luigi Sacco.
Secondo il primo assunto, nel settore dei consumi culturali l’offerta determina qualità e quantità della domanda.
Il secondo è che la fruizione di cultura (possiamo chiamarlo anche godimento o consumo) ha dei costi che vanno oltre quelli prettamente economici.
Il terzo è che la conoscenza è elemento imprescindibile per l’autodeterminazione.
Vediamo cosa vuol dire il primo dei nostri assunti.
Di norma, io non sono in grado di chiedere al mercato beni o servizi di cui non non immagino l’esistenza. Riportando questo concetto al campo dell’offerta e della domanda culturale, significa che se non ho la minima idea dell’esistenza del primo manierismo fiorentino, non sarà nelle condizioni di desiderare di vedere un quadro o una mostra su Rosso Fiorentino o sul Pontormo. Similmente se non ho idea dell’esistenza della Cambogia, difficilmente potrò desiderare di vedere un film cambogiano. Ma solo dopo che avrò visto molti film cambogiani potrò formarmi un opinione sulla cinematografia di quel paese e potrò, di conseguenza stabilire se la preferisco ad altre.
Il secondo punto riguarda semplicemente la difficoltà, la fatica, il costo (materiale ma soprattutto immateriale) che comporta acquisire conoscenze culturali funzionali alla nostra crescita. Pier Luigi Sacco ci dice che il costo di attivazione è la prima ed essenziale barriera per acquisire competenze culturali, e che i costi sono tanto più alti quanto più è complessa, sofisticata e soddisfacente (anche dal punto di vista della durata nel tempo) l’esperienza culturale che si vuole avere. Di contro quanto più l’esperienza è semplificata, tanto meno faticoso sarà l’approccio da parte dello spettatore. Ma anche l’appagamento sarà di breve durata.
E’ pur vero, aggiungiamo noi, che creare e produrre un’esperienza sofisticata e complessa è più difficile che metterne in scena una semplificata, tanto più se quest’ultima è l’ennesima reiterazione di un prodotto già sperimentato. Se conosco il meccanismo di un quiz televisivo, posso seguirlo senza fare alcuno sforzo. Mi posso “rilassare”. Nulla di inaspettato mi accadrà. Ma questa esperienza non contribuisce in nessun modo ad accrescere le mie competenze.
Invece l’esperienza culturale propriamente detta, se contribuisce alla nostra crescita, deve necessariamente collocarsi nell’ambito dell’inatteso e del sorprendente.
Ma quanti sono preparati ad affrontare lo sforzo di fronteggiare l’inatteso? Quanti hanno in se le motivazioni sufficienti per sottoporsi alla fatica di dover imparare cose nuove, respingenti in qualche caso, tanto sofisticate da irritarci? L’esperienza del nuovo è difficile. Sappiamo che la prima esposizione delle opere degli Impressionisti nel 1874 nello studio del fotografo Nadar provocò enorme scandalo tra il pubblico. Nel 1862 il Déjeuner sur l'herbe di Eduard Manet fu considerato immorale. Oggi non più. Perché non è più un’esperienza nuova a livello cognitivo.
Ma pochi anni dopo, nel 1907, quando ormai l’Impressionismo era diventato “classico”, Picasso dipinse Les demoiselles d'Avignon che provocarono almeno lo stesso sconcerto suscitato 30 anni prima dagli impressionisti. Oggi Picasso è totalmente legittimato, anche nel giudizio di chi non ha idea dei motivi del suo stesso giudizio.
Egli ha trovato un posto comodo e rilassante nella nostra esperienza cognitiva. È stato iconizzato.
Lo stesso dicasi per certe arie di opera. La scomparsa recente di Pavarotti ha sottoposto tutti noi all’ascolto coatto di “E lucean le stelle” e tutti la troviamo sublime. Ma quanti per questo hanno deciso di ascoltare l’intera opera di Puccini? Quanti un’opera di Puccini diversa dalla Tosca? La reiterazione quasi nevrotica di quell’aria ha comportato la semplificazione e alla decontestualizzazione della sua fruizione. Ma un’opera d’arte deve necessariamente essere letta nel suo contesto. Altrimenti il nostro impatto si limita a quello che sempre Sacco chiama “fenomeno auratico”, non dissimile da quello che ci induce a chiedere l’autografo a Bono Vox o a farci fotografare accanto a Briteny Spears. A seconda dei gusti.

Ma torniamo a quei non lettori di libri a cui abbiamo accennato all’inizio. A quelli che ci dicono che non leggono perché la lettura li annoia o non li stimola. Probabilmente quelle persone leggono qualcosa: quotidiani, settimanali, mensili. Leggono articoli brevi che impegnano per 5, 7 minuti.
Ecco, l’esperienza culturale, perché sia compiuta necessita di impegno.
E lucean le stelle dura 3 minuti e 17 secondi, più o meno come una canzone Pop, e richiede un impegno di ascolto molto relativo.
Il vantaggio ulteriore della canzone Pop, per altro, è di essere conclusa in se stessa. Non si deve inserire in un contesto. Come un articolo su Vanity Fair o su L’Espresso. Anche se con livelli diversi di complessità essi necessitano semplicemente la conoscenza della lingua italiana. E di una lingua il più possibile semplificata. Se leggiamo un articolo di una rivista popolare degli anni Trenta, ci troviamo, paradossalmente, di fronte a strutture linguistiche e a un vocabolario più composito.
I Fratelli Karamazov, tradotti in italiano e Tre metri sopra il cielo, sono comprensibili allo stesso modo se non fosse che il primo ha una trama complessa (molti personaggi, avvenimenti che si intrecciano) mentre il secondo risponde ad una struttura molto semplice, non diversa da quella di una fiaba. Leggere il primo comporta uno sforzo di attenzione, leggere il secondo, se si hanno più di 7 anni, no.
Ma se affrontiamo le difficoltà iniziali di approccio alla novità, se riusciamo a superare la frustrazione iniziale (simile a quella che dobbiamo affrontare quando impariamo una lingua straniera), se la nostra motivazione è abbastanza solida possiamo iniziare ad acquisire nuove competenze culturali che saranno alla base di una successiva crescita, su cui si appoggerà la conquista di nuovi elementi. Ma difficilmente potrò godere completamente della bellezza della lettura dell’Iliade in lingua originale se non avrò imparato prima a compitare l’alfabeto.
L’ultimo assunto e poi qualche conclusione.
È semplice. Solo se la mia scelta è consapevole essa è anche libera. Ovvero, solo se io scelgo tra cose che conosco realmente, che sono in rado di comprendere, sto scegliendo quello che davvero preferisco, quello che è meglio per me. Se conosco solo Federico Moccia e non l’esistenza di Cime Tempestose, la mia scelta di leggere il primo non è una vera scelta perché non ha alternative. Se invece – lasciamo a se stesso il povero Moccia e passiamo ad un altro esempio - conosco, comprendo, possiedo gli strumenti per comprendere il cinema cambogiano oltre che quello italiano, potrò scegliere e dare un giudizio circostanziato.
Di norma, il mercato è determinato da una regola secondo la quale i prodotti di nicchia hanno costi più alti di quelli a larga diffusione. Sia perché il loro costo è maggiore, sia perché non hanno un numero di consumatori tali da permettere di innescare le cosiddette economie di scala (per cui, in estrema analisi, farsi stampare 500 biglietti da visita costa poco più che farsene stampare 100).
Nel caso dei prodotti “culturali” o presunti tali, il costo di produzione però non è così incidente. Il costo materiale per scrivere un libro brutto o un libro bello non cambia. Un film molto bello, complesso, “difficile” non necessita necessariamente di costi di produzione più alti di un film di Natale. Per non fare nomi, 21 grammi non costa più di Vacanze a New York.
Ma il secondo, che usa un linguaggio semplice e tranquillizzante, ha un pubblico potenziale, una prevedibilità di successo molto più alta del secondo, in un contesto distributivo limitato e quindi più vantaggioso. E’ un investimento sicuro. E noi, non dimentichiamolo, stiamo parlando di MERCATO. In lettere maiuscole.
Ma interviene qualcosa che rimescola di nuovo le carte. Ed è proprio la nostra vecchia cara Costituzione che all’articolo 3 ci dice che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Questo principio generale tracima anche nel nostro contesto.
Se questo non fosse abbastanza si è inserita recentemente la Convenzione Unesco sulla diversità culturale che ha affermato il valore della diversità come diritto fondamentale dei singoli e delle comunità, come freno ai monopoli e quindi, come “prerequisito alla libertà economica”.
Essa ha identificato tra i suoi obiettivi: “la produzione, la salvaguardia e la diffusione di contenuti diversificati nei media e nelle reti globali di informazione […] in particolare incoraggiando la creazione di meccanismi cooperativi per facilitare la loro distribuzione”.
Ecco che, al termine di questo intervento appaiono finalmente le politiche pubbliche che, in ragione dei principi costituzionali e di quelli espressi nella Convezione, hanno il dovere non già di intervenire con invadenza sul mercato, ma, semplicemente, di porsi a garanzia del pluralismo della produzione e del mercato. Devono agire a sostegno dell’innovazione e della sperimentazione e a garanzia dei livelli minimi delle prestazioni. Sostenere le espressioni e le iniziative muscolarmente più deboli e soprattutto la creazione di un’autonoma economia della produzione culturale. Gli interventi di surroga, possono e devono solo essere temporanei.
Chiudo citando un articolo di Sergio Foa e Walter Santagata pubblicato sulla rivista on line Aedon. Gli autori, elencando i settori in crisi rispetto alla tutela della diversità elencano: “I settori culturali che operano in mercati non concorrenziali, con l'aggravante che la posizione dominante (monopolistica o oligopolistica) è detenuta dall'industria culturale (cinematografica, discografica e audiovisiva) dei paesi forti e industrializzati. Gli exceptionnalistes ritengono che il mercato mondiale della cultura sia falsamente concorrenziale, perché di fatto dominato dalle imprese multinazionali e dal protezionismo culturale ….”.

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