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Liberate le donne da (certe) donne

Sul Corriere della Sera di questi giorni è in corso un dibattito controverso sulle donne, sul femminismo e sui modelli di riferimento per giovani ragazze italiane.

Il confronto è stato aperto da una riflessione di Susanna Tamaro, nella quale si descriveva il movimento femminista degli anni ’60-’70 come un mistico consesso di professioniste dell’aborto e sostanzialmente come un grande fallimento collettivo che ha saputo solo produrre veline e ragazzine dedite al sesso libero. Una visione agghiacciante, nello stile tipico della Tamaro, perbenista, ipocrita e allineata (leggere “Va dove ti porta il cuore” per la conferma), che esclude dalla sua osservazione le grandi conquiste ottenute dalle donne e soprattutto evade dal contesto storico e culturale in cui andrebbe svolta questa analisi.
Anche le reazioni a questo articolo, comunque perplesse e divergenti (Mapelli, Sarasini, Rodotà, Comencini) sembrano attorcigliate sulla difesa della categoria e su una nostalgia per il tempo che fu, anziché su una presa di posizione più ampia e consapevole che includa la questione femminile e femminista nei processi sociali ed economici dell’ultimo trentennio. Un’impostazione così rigidamente incollata alla categoria e avulsa rispetto alla storia rischia di far scivolare la discussione su un piano prettamente moralistico, in cui compaiono solo alcuni simboli – aborto, veline, promiscuità sessuale – che soffocano il ragionamento che dovrebbe essere centrale, quello cioè che riguarda i diritti delle donne, nei casi in cui il diritto stesso venga negato o limitato.

Avanzare per schemi obsoleti e per semplificazioni fa torto alla natura femminile, assai più ricca e creativamente prolifica da poter offrire più di una chiave risolutiva in periodi aridi e oscurantisti come questo.

In Ebraico moderno “AISHAH” significa donna. Su questo termine si è prodotto uno straordinario malinteso culturale attraverso una traduzione incompleta, scorretta e fuorviante della Bibbia, in cui questa parola costituiva il femminile di “AISH”, l’Io individuale. Nel testo biblico si parlava della parte femminile dell’IO, dell’Anima dell’IO, dell’Idealità, della Fantasia, della Conoscenza che sfida il confine e che oltrepassa il limite. Queste sono virtù che non esito a definire prettamente femminili e che offrono alle donne argomenti ben più consistenti e incisivi.

Le devianze culturali e quelle di sistema elencate negli interventi che hanno seguito l’articolo della Tamaro appartengono a tutti noi e non soltanto alle donne. Veline e velini sono elementi equivalenti e fanno parte di uno stesso fenomeno. La sconfitta del femminismo, se sconfitta c’è stata, è parte di un fallimento che coinvolge la società nel suo insieme.

Le donne, la loro storia, e quell’idealità che è propria della loro essenza valgono infinitamente di più dello schemino un po’ stantio basato su tette e sederini.

Basta riprenderne coscienza e svegliarsi. E anche in questo le donne avrebbero tanto da insegnare.

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