tastieraNon sento, non mangio, non lavoro.
Al massimo faccio finta di protestare

(clicca sull'immagine per ingrandire)

Vagando per la Rete ci si imbatte in un brulicare di testimonianze di dissenso nei confronti della “legge bavaglio”. Nei Social Network migliaia di sottoscrizioni (quelle in cui basta un click) per prendere posizione (?) contro le misure assunte dal Governo. In tutta Italia sono state numerose le manifestazioni di piazza per opporsi a questo provvedimento. Per non parlare dei dibattiti televisivi che hanno ben spiegato i possibili danni che il decreto potrebbe portare con sé. Solo per citare l’ultimo dei crimini governativi.
Malgrado tutto questo si avverte la forte sensazione di un Paese immobile, assuefatto al guasto, allineato passivamente di fronte alla catastrofe.
Si dice che per stimolare il cambiamento occorre una significativa crescita culturale oppure ci si deve trovare di fronte al baratro. Sulla crescita culturale italiana è bene far finta di niente visto che le rappresentazioni offerte da coloro che l’hanno gestita per anni restano confinate nell’ambito di una retroguardia che oscilla tra il ruffiano e l’ipocrita.Sta di fatto che in tutta la Penisola echeggiano gli allarmi angosciosi di una situazione che è diventata ormai insostenibile, al punto che gli stessi diritti fondamentali vengono messi in pericolo dal degrado che sta attanagliando tutte le categorie sociali. Il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, alla casa sono ormai questioni affrontate solo sul piano del conflitto di palazzo, mentre milioni di cittadini stanno scivolando verso il disagio e la disperazione.
La favola della crisi che sta passando ha preso il posto dei tormentoni musicali estivi. La realtà è che se tutte le scelte saranno fatte con saggezza, si potrà tornare a crescere nel 2015 o giù di lì.
Questa scelte dovrebbero essere però suggerite, per non dire imposte, da un’opinione pubblica che sostituisce la mobilitazione con la presenza operativa sul territorio e che invece di scendere in piazza per protestare sceglie di mettere in opera modelli alternativi che facciano da guida e da esempio anche a vantaggio di una classe politica che, possiamo dirlo senza timore di smentita, alterna la volgarità all’incompetenza ed è ormai chiaro che è formata da figure di scarso spessore e da qualche faccendiere.
Eppure esisterebbero straordinari spazi di rinascita e occasioni irripetibili per tornare a crescere tutti insieme. La durata della crisi può diventare un dato secondario soprattutto in Italia, visto che esiste un tessuto produttivo intermedio che ha ancora enormi potenzialità. Tutti però restano fermi nell’attesa del peggio, tra un click e un corteo di protesta, nella speranza che all’improvviso accada un incantesimo buono e che tutti vivano felici e contenti. L’esame, il dentista, il dramma d’amore, sono le vere emergenze che non possono aspettare. Per il resto c’è il Partito (sempre meno), l’associazione di categoria, il capopolo (potente) che attacca i potenti. Ci penseranno loro e se non ci riusciranno vuol dire che non si poteva far niente.
Il guaio è che se continueranno a non riuscirci potremmo trovarci in uno scenario assai più funesto e prendercela con loro, con i soliti, sarà un esercizio di squallida impotenza.
La paralisi delle coscienze è la forma di complicità più bieca che non fa altro che alimentare il dissesto, e unita alla simulazione dell’impegno assume le dimensioni della nevrosi collettiva.
Siamo così lontani da quelle generazioni devastate dal fascismo e dalla guerra che seppero ricostruire in pochi anni un paese annientato?
Il primo passo fu quello di guardarsi negli occhi e rimboccarsi le maniche.
Tutto il resto arrivò perché quegli uomini e quelle donne seppero lavorare per raggiungere un traguardo che somigliava al sogno.

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