Domenica 08 Agosto 2010 04:01

ponte_sullo_stretto

Ponte pericolante (e pericoloso)
Potremmo definire sprovveduti i politici e gli imprenditori ad essi collegati, che persistono nel santificare e promuovere il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina.
Inevitabilmente essi cadranno in un gorgo di contraddizioni alle quali ci si può sottrarre solo contando sull’ignoranza e sulla disperata rassegnazione della gente. Sfruttare la miseria intellettuale del popolo è una strategia ben collaudata e purtroppo c’è da dire che qui in Italia funziona abbastanza bene da svariati anni. In un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui affiorano penosamente molte squallide trame e nomi eccellenti non hanno nemmeno il tempo di togliere le mani dalle marmellate degli appalti, diventa però più arduo confidare nel rimbambimento generale.  Inoltre, appoggiarsi sullo stordimento popolare, diventa un gioco rischioso nel momento stesso in cui si danneggiano palesemente quegli stessi meccanismi, spesso perversi, che servono al consenso e che garantiscono la pigrizia civile. Quella forma cioè di disimpegno che porta i cittadini a fare sempre un passo indietro fino a farli diventare sudditi sottomessi.
In territori nei quali la sudditanza è ormai conclamata a causa della mancanza di infrastrutture, di lavoro e a volte di strumenti anche elementari di democrazia, è lecito ritenere che un’ulteriore forzatura come quella del Ponte sullo Stretto accenderebbe un enorme faro sui problemi veri che soffocano il Meridione.Gli “sprovveduti”, al contrario, puntano i loro fari sul progetto e privi di ogni freno morale, si appellano ai grandi principi dello sviluppo e della modernità. Gli “sprovveduti” non ragionano sui veri problemi che decine di migliaia di Calabresi e di Siciliani sono costretti ad affrontare ogni giorno. Gli “sprovveduti” vogliono mangiare con il Ponte e continuare a mangiare anche sui problemi che strangolano e frenano il Sud. “Sprovveduti” però è un attributo che potremmo usare se ci riferissimo a politici, enti e società di capitali che agiscono magari ingenuamente, ma sulla scorta di interventi appassionati e trasparenti che mirano al bene comune e all’interesse collettivo. Sappiamo tutti che non è così.
In effetti, dare degli “sprovveduti”a questi signori è un benevolo complimento e gli imbranati saremmo noi se indulgessimo in questa noncuranza.

Con questa impresa piratesca si sta aprendo un nuovo squarcio di miseria morale che mette in luce l’assenza di un qualsiasi codice etico in grado di frenare l’istinto vorace, demagogico e autoritario che stimola l’avidità di questi personaggi e aizza le cricche che pascolano attorno.
La questione non è più “ponte no” o “ponte sì”. Questa disputa, che in altri momenti avrebbe potuto assumere connotati anche ideologici, oggi è stata superata dagli accadimenti in cui viene travolta una parte consistente della classe dirigente e un intero popolo è umiliato dalla strafottenza dei suoi governanti.

A farci oltrepassare ogni conflittualità legata al Ponte sono i fatti de L’Aquila, de La Maddalena, delle piscine romane, dell’eolico in Sardegna e di tutti i casi che ogni giorno si susseguono lungo la nostra Penisola. È la consapevolezza di ogni Italiano che quando osserva una gru pensa a quelli che ci stanno mangiando intorno, mentre milioni di persone sono sempre più povere e insicure del loro futuro.
Qualche membro del Consiglio dei Ministri potrà tentare di aggrapparsi ancora alle ipotesi, sempre più stravaganti, sui teoremi creati da “una certa magistratura”, ma il gioco è di fronte ai nostri occhi e la demagogia di “una certa politica” non basta più a insabbiare il marciume che la sta sommergendo.
Chi ci governa, se avesse un codice etico a cui obbedire, farebbe un passo indietro. Si preoccuperebbe del rapporto di fiducia tra cittadini e classi dirigenti che è definitivamente venuto meno. Avvertirebbe la responsabilità di ricoprire una funzione fondamentale e non sfuggirebbe il dovere di trasmettere a tutti la certezza che non c’è niente di illecito in quello che fanno.
Lo schema spietato che viene applicato in Italia con inquietante frequenza è caratterizzato dal totale disinteresse per questo rapporto di fiducia. Un sistema applicato dalle aristocrazie medievali e dalle dittature dell’epoca moderna, in cui il peso dei sentimenti popolari corrisponde al massimo a quello dei croissant sui tavoli dei potenti.

Dall’estero osservano le statistiche sul nostro Meridione, sulla sanità o sui trasporti, sui dati di disoccupazione, sulla criminalità, sul dissesto ambientale e nel frattempo seguono con sconcerto il grande affare del Ponte. Non possono che chiedersi come fa un governo di una nazione democratica a non dare precedenza ai drammi di una gran parte del paese anziché investire su un’opera solo di facciata. Purtroppo si interrogano anche sulla consistenza culturale della nostra Italia.

Tutto questo non sembra spingere i nostri politici a ragionare sul problema del bene comune e sul fatto che stiamo diventando il Far West dell’Europa e ci stiamo trasformando in un grande magazzino di merci e di persone in vendita a poco prezzo.
I prossimi crolli, le prossime chiamate disperate per un’ambulanza che non c’è, i prossimi viaggi verso strutture ospedaliere del centro-nord e tutti i prossimi morti, vittime dei dissesti meridionali, bagneranno di sangue i pilastri del ponte e la pazzia si trasformerà in crimine.Non può esistere il dubbio sulle vere emergenze che devono essere affrontate. Dare precedenza al recupero del territorio e garantire i cittadini nei diritti costituzionali è un obbligo non solo politico ma profondamente etico. Trascurarlo vorrebbe dire insultare milioni di persone e privare di un futuro dignitoso le giovani e le future generazioni. Quegli imprenditori e quelle società di capitali che partecipano a questa colpevole follia, possono spostare il loro intento di profitto verso opere più urgenti e più opportune. Guadagneranno lo stesso, e quando finalmente potranno dare sfogo ai desideri più muscolari e faraonici per costruire questo ponte, potranno unire due regioni moderne in un paese democratico, in cui per prima cosa si assicura benessere e sicurezza sociale. Il disordine morale e istituzionale visibile a tutti è certificato dagli avvenimenti che stanno infamando l’Italia. Le scelte come quella del Ponte ci fanno deviare definitivamente verso la cultura del malaffare.
Chi pone la firma su questo progetto in un’epoca come questa, mette anche il suo nome su un’operazione immorale e criminosa verso la dignità popolare. Un fatto di una gravità senza precedenti.

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