La mafia non esiste
di Nicola Biondo
Testo dell'intervento al Convegno "Legalità, Ricerca, Futuro" - 1 settembre 2010

Lo hanno ripetuto per anni, decenni, certi soloni: la mafia non esiste, esiste una mentalità mafiosa ma la mafia, quella no, e chi dice il contrario mente per fini inconfessabili, per obiettivi politici, per fare carriera. E, per giunta, infanga la Sicilia e il Meridione. Forse dovremmo arrenderci a questa lettura e dire, ammettere, che davvero la mafia non esiste. O meglio, esiste perché altri vogliono che esista. Perché serve.
Dagli anni ’80 le inchieste, quelle archiviate e quelle diventate sentenze, raccontano in sostanza una cosa. Che la mafia esiste dove non c’è lo Stato. Peggio: che spesso (sempre?) la mafia è andata a braccetto con lo Stato o con parte di esso. Che alcuni delitti, delitti eccellenti, hanno visto la compartecipazione, con il silenzio o peggio, di uomini di stato. Che certe scandalose latitanze sono state permesse, tollerate, dallo stato. Perché così conveniva. Perché la mafia garantiva, e garantisce, tanti voti e molti vantaggi per imprenditori e politici che ad essa si rivolgono. Insomma la mafia, come organizzazione, esiste perché lo Stato, una parte di esso, le consente di esistere. Sennò sarebbe altro, tutt’altro, poca cosa. Ecco perché forse bisognerebbe ammettere che la mafia davvero non esiste. E’ una proiezione oleografica, un’immagine virtuale, proiettata per schermare l’essenza stessa, quella più violenta e disgustosa, di un sistema di potere. Un ombra alla quale possiamo tirare qualsiasi pugno ma la cui essenza non colpiremo mai.

I segreti e il successo

La storia della mafia – ha scritto il giudice Roberto Scarpinato – è una storia di classi dirigenti. La storia della mafia siciliana – diversamente dalla Camorra  e la ‘ndrangheta – interseca quasi tutti i momenti chiave della nostra Repubblica: dalla strage di Portella della Ginestra al delitto Mattei, dai Golpe degli anni ’70 al caso Moro fino alla nascita della seconda Repubblica.

Ecco perché fare la storia della mafia significa intraprendere un lungo e faticoso cammino nel cuore nero del sistema di potere italiano, consente un’analisi del modo in cui è stato gestito il potere in questo paese. A volte mi sembra che non abbia più senso raccontare cose di mafia. Perché da qualsiasi prospettiva le si possano raccontare esse intersecano il potere, quello ufficiale, quello che abita lontano dalla Sicilia. L’epopea mafiosa racconta il successo di un sistema politico, di un sistema imprenditoriale ed economico. Ci fermiamo a indignarci davanti al fuoco delle pistole mafiose ma è come l’idiota che indica il dito e non vede la luna. Non importa solo sapere chi è che ha sparato ma perché. Perché la mafia ha avuto la forza di uccidere in pochi anni i vertici della magistratura palermitana, i vertici della Questura, i vertici della politica regionale, un prefetto? Chi gli ha dato la sicurezza dell’impunità?

La mafia spara perché gli è stato consentito, perché è convenuto a qualcuno. Ecco la parola chiave: convenienza. Ad un sistema di potere è convenuto avere dalla propria parte dei volgari banditi: da loro hanno ricevuto voti, con loro hanno fatto affari, a loro hanno delegato la gestione di intere porzioni di territorio. Un giorno un politico ha detto che bisogna rendere non conveniente l’adesione ai valori della mafia. Ma è come chiedere un atto di eroismo ad un cittadino disarmato. E per quale motivo quel cittadino non dovrebbe chiedere alla mafia quello che lo Stato da sempre gli nega: un’amministrazione pubblica efficiente, servizi degni di un paese civile, la possibilità di vivere dignitosamente.

E’ ormai pacifico che Cosa nostra ha goduto di protezioni innominabili, impensabili. E’ ormai pacifico che il mostro mafioso è un prodotto dello Stato, è diventato quello che è perché chi aveva il dovere di combatterlo ha giocato un’altra partita. E’ lo stato, questo stato, che ha permesso ai mafiosi di diventare uomini capaci di scatenare la guerra o di firmare accordi.

La mafia siciliana spara all’uomo isolato, al bersaglio che prima ha disumanizzato – mascariato si dice nel truculento gergo mafioso - agli occhi della politica, della società, delle istituzioni, in modo tale che la sua morte faccia meno danni possibili. I mafiosi prima di sparare parlano, si informano, cercano di capire se c’è qualche possibile alleato interessato al loro crimine: cercano convergenze per evitare di rimanere “dopo il colpo” da soli. In una lettera, Provenzano distilla questa saggezza in poche parole: “ci sono uomini che fanno più danno da morti che da vivi”. Quando è avvenuto il contrario, quando la vittima diventa, post mortem, eroe e la sua morte causa di disgrazie per l’onorata società, allora è possibile intravedere un patto che viene meno e un nuovo accordo che avanza.

Il patto, l’accordo, era l’ossessione di un mafioso che è stato il più potente uomo politico siciliano per trent’anni: Salvo Lima era solito dire “Si un’semo tutti raccuordo, un si cala a’ pasta”. Se non siamo tutti d’accordo, la pasta non si butta ovvero bisogna raggiungere un accordo che soddisfi tutti, nessuno deve potersi lamentare dopo le decisioni prese. Quando i boss decisero che Lima non aveva più garantito i patti lo eliminarono. Subito dopo – raccontano i collaboratori di giustizia – arrivano dai summit di Cosa nostra le parole agghiaccianti di Riina: “Quelli li ho nelle mani io, è questo è un bene per tutti noi” – riferendosi a due noti imprenditori poi diventati tra i fondatori della seconda repubblica. O ancora:  “Quelli si sono fatti sotto, ci vuole un altro colpetto –  è sempre Riina a parlare così a Brusca a pochi giorni della strage Borsellino, intendendo per “quelli” alcuni uomini delle istituzioni.

La mafia non è un fatto fisiologico della Sicilia ma è la patologia. Vivendo fuori Palermo mi capita spesso di vedere gruppi di contadini, di pastori. Mi dico che queste persone, probabilmente analfabeti, potrebbero anche essere i nuovi capi di cosa nostra. Ma la domanda seguente è: è mai possibile? Non basterebbe tutta l’omertà di milioni di siciliani a proteggerli di fronte a migliaia di poliziotti e carabinieri, di fronte alle sofisticate indagini di magistrati capaci. Cosa fa diventare boss mafiosi, temuti e rispettati, un branco di banditi? I corleonesi sono stati il sottoproletariato di Cosa nostra con a capo due eccezionali tribuni, Luciano Leggio prima e Salvatore Riina, dopo. Sono loro che hanno condotto alla vittoria quest’esercito di viddani: li hanno formati, guidati e portati all’assalto della nobiltà mafiosa di Palermo e di tutta la Sicilia. Nello stesso tempo Liggio e Riina si sono confrontati con lo stato, con una parte della classe dirigente del Paese. Con gli omicidi, con gli affari, con i voti. In pace e in guerra. L’ossessione che mi divora si appunta su quali mani stringono i boss. Mani untuose di prelati, sbrigative e decise come quelle di oscuri e potenti manager, di politici in ascesa o di ufficiali di polizia.

Le nuove indagini

Le nuove inchieste sulle stragi indicano perfettamente questa direzione, questo stato di cose. Più le indagini proseguono più i magistrati vedono sbiadire i volti dei macellai di Capaci e di via D’Amelio, di Firenze e Milano. E prendono consistenza altre forme, altri ambienti, altre facce, altri moventi. E se la mafia non è altro che un prodotto di un sistema, i magistrati sono davvero dei golpisti. E non nel senso che indicano il Presidente del Consiglio e la sua corte ma perché quei magistrati che indagano sulle stragi, sulla trattativa, sulle commistioni tra mafia e stato, mettono a repentaglio un sistema di potere che ha consentito quello che è sotto gli occhi di tutti. I magistrati stanno provando ad indagare il Potere, di cui la mafia è soltanto una delle sue tante manifestazioni, quella più visibilmente violenta. Cercano uomini dei servizi segreti, interrogano politici, provano a trovare carte nei mille archivi istituzionali. Ma la loro è un’illusione - dettata da senso del dovere e un giusto orgoglio - perché come diceva Sciascia “illuso chi pensa che lo stato possa processare se stesso”. Ecco perché i magistrati sono dei golpisti: perché provano a processare un intero sistema. Ma non spetterebbe a loro farlo. E’ una delega in bianco che i cittadini in buona fede e una classe politica e imprenditoriale – ipocrita – gli hanno dato. Una delega che può far sempre dire quando le indagini arrivano a disegnare un sistema criminale, e non solo singole responsabilità penali, che i magistrati vogliono controllare la politica, vogliono – appunto - fare un golpe. Come sempre, poi, ci sarà qualcuno che per una ben remunerata cecità dirà che c’è uno stato buono e uno cattivo, ci sono i servizi segreti buoni e quelli cattivi. Ma sarà la solita favoletta a buon mercato. Perché nessuno 007, nessun ufficiale dei Carabinieri, ha rapporti con un mafioso se non gli viene comandato. E l’ordine di incontrare Vito Ciancimino o quello di presenziare ad un summit di mafia gli viene direttamente dall’alto, dallo Stato.

. Qualcuno ancora oggi si indigna quando sente parlare di un patto tra stato e mafia. Come se fosse normale che una banda criminale duri da oltre 150 anni senza protezioni. Paolo Borsellino chiarì i termini della questione. “La mafia e lo stato insistono sullo stesso territorio –disse- o si mettono d’accordo o si fanno la guerra”.

Cosa nostra vive e prospera in uno stato democratico perché sa come e con chi fare affari, contro chi e quando sparare. E’ un organismo pensante, con stringenti e ferree logiche. In una recente intercettazione appare evidente il timore dei bravi ragazzi che in Sicilia si faccia “come i napoletani”, cioè senza una struttura di vertice, codificata e rispettata.

E allora è proprio qui la differenza che salta agli occhi tra il sistema Cosa nostra e la Camorra.

Se dietro alla valanga di soldi che la camorra macina ogni giorno si vede chiaramente una predisposizione eccezionale al commercio legale e illegale che corrode uomini e cose, altrettanto chiara è la capacità di cosa nostra di cercare e trovare alleati politici, di cercare e trovare appoggi per il controllo territoriale. Per cosa nostra i soldi, i piccioli, provengono dal controllo territoriale e dall’essere un’organizzazione prettamente politica.

L’unica cosa che i boss, da Riina a Provenzano a Matteo Messina Denaro, tacciono a volte anche ai propri uomini più fidati sono i contatti “con le persone importanti”. E’ quello il loro potere, prima che le armi.

L’ossessione allora di cui stiamo parlando è quella che riguarda le facce e le mani “pulite” che consentono a Cosa nostra di essere quello che è. La rabbia non riesce più ad appuntarsi sulle scandalose latitanze, sulle ricchezze criminali, sull’arroganza dei proclami delle bestie in gabbia al 41bis.

Che Carmine Schiavone o altri come lui decidano quali ditte devono vendere e produrre in Campania per quanto faccia schifo è una scena di un vecchio plot: il manager di una struttura legale che fa affari con il boss di una struttura legale. Entrambi hanno il loro guadagno, entrambi sono stati “eletti” dalla propria azienda per ottenere il massimo profitto.

Altro è immaginare un uomo in divisa, un rappresentante eletto, un giudice, che in nome di un patto, di una ragion di stato di cui si fa strumento, decide di accordarsi con il criminale.

Il politico, il poliziotto, il giudice sono roba nostra, perché noi li abbiamo votati, perché noi gli abbiamo chiesto che ci proteggano, perché noi siamo pronti ad essere giudicati.Sono queste figure - il giudice, il poliziotto, il politico - che vediamo ogni giorno in tivù e sui giornali amministrare l’unica cosa che ci rimane da difendere, il Paese in cui viviamo.
Ma solo loro hanno il potere di distruggere il patto, l’accordo, o di reiterarlo.

Legalità o giustizia?

In chi, in buona fede, fa della lotta antimafia una scelta di vita, è visibile il richiamo costante al termine legalità. Questo conflitto decennale – che proprio per questa durata è di per sé scandaloso - che oppone cittadini e magistrati e forze dell’ordine alle mafie stabilisce un autentica ossessione per il termine legalità. Ma dimentichiamo che la mafia è stata da tempo “legalizzata”, i suoi metodi e i suoi soldi sono stati legalizzati, fanno parte del sistema. Di emergenza mafia si parla dalla fine dell’ottocento. Come può nascere il desiderio di obbedire alle leggi di uno stato che ha permesso alle mafie di governare metà del paese e di investire nell’altra metà? C’è un punto di non ritorno che è stato già abbondantemente superato e che fa suonare come una fanfara stonata questo richiamo alla legalità. Lo ha perfettamente capito Stefano Rodotà quando scrive che, “c’è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche”.

Che in questo paese il termine legalità non fa rima con verità, è un dato di fatto. Che la legalità repubblicana, e chi soprattutto l’ha rappresentata, ha permesso quello che è avvenuto, e avviene ancora, è un altro dato di fatto. Con buona probabilità se sapessimo tutta la verità sulle stragi del ’92-’93 l’intera impalcatura istituzionale cadrebbe. E la violenza della verità – per dirla con Rodotà – si abbatterebbe come uno tsunami sulle classi dirigenti degli ultimi 50 anni.

La verità su quelle stragi non colpirebbe l’organizzazione mafiosa, i cui vertici sono quasi tutti dietro le sbarre, ma il potere.

Verità di comodo

Ecco perché è stato necessario propinarci verità di comodo. Ogni volta, strage dopo strage, mattanza dopo mattanza, lo stesso tragico balletto di responsabilità, di ipotesi, di accuse. Oggi sappiamo almeno una cosa. Che sappiamo di non sapere. Sappiamo di non sapere chi era con Giovanni Brusca sulla collinetta di Capaci ad uccidere Giovanni Falcone e la sua scorta. Non sappiamo chi era presente all’Addaura tre anni prima, ad inventare quel gioco di specchi di una strage mancata eppure finta. Non sappiamo chi ha premuto il pulsante che incenerì Paolo Borsellino. Non conosciamo i motivi che spinsero Enzo Scarantino ad auto-accusarsi della strage di via D’Amelio. Non sappiamo il perché dei delitti eccellenti da Mattarella a Dalla Chiesa. Ci sono stati forniti nel tempo i colpevoli perfetti: come si fa a non odiare i visi di Provenzano, Riina o Bagarella? Come si fa a non tirare un sospiro di sollievo a vederli dietro le sbarre e auto-convincersi che sono stati loro, solo loro, a seminare morte e terrore? Come se questi “signori” fossero un tumore in un corpo sano, come dei malvagi alieni scesi sulla terra, mostri inumani e geneticamente dissimili da noi. Perfetti “capri espiatori”, per farci vivere “meglio”, anestetizzati. Mettere in piazza quelle facce, accollare a loro, e solo a loro, la violenza serviva a schermare una verità di fondo. Evitare di farci vedere quanto incapaci e criminali siano state le nostre classi dirigenti.  Ci soffermiamo – come se fosse qualcosa di teorico – sul patto tra stato e mafia. Ma nel momento in cui questo patto –secondo decine di pentiti – venne reiterato tra una “nuova “ forza politica e la mafia, nelle stanze del potere ne veniva stipulato un altro. Lo ha rivelato nel 2003 Luciano Violante quando alla camera ammise che vi fu un accordo nel 1994 con Berlusconi secondo il quale nessuno avrebbe mai sollevato la questione del conflitto di interessi  e della proprietà di Mediaset se il suo proprietario avesse vinto, come è successo, le elezioni. Luciano Violante, questo paladino della legalità, ha ammesso che il sistema politico della seconda repubblica nasce su un accordo che mira alla non-applicazione di una legge. Quella secondo cui chi gode di concessioni pubbliche non può entrare direttamente in politica. Roba da far impallidire perfino il Papello di Riina.

Diciotto anni dopo il Papello

Che ci sia stato un calo di tensione nella lotta a Cosa nostra è un fatto e non poteva che accadere. Non si può vivere in uno stato di mobilità permanente. Noi abbiamo il diritto di dimenticare. I governanti no. E invece è accaduto il contrario. Che i cittadini senza potere ricordano i magistrati uccisi, i giornalisti assassinati e tutta quella massa di persone che per dignità non si sono mai volute piegare. Mentre i governanti, no. Se ne sono fottuti, anzi su quelle morti hanno costruito slogan ad effetto o addirittura intere carriere. Ma erano loro che avrebbero dovuto avere il dovere di non dimenticare, di fare in modo che ciò è accaduto non accada di nuovo. Almeno per patriottismo, per non dover apparire ancora una volta un Paese in mano a bande criminali. E invece la politica ha voluto dimenticare il fatto che la mafia è l’industria numero uno del paese. Coniando lo slogan del paese normale si è dimenticata di farlo davvero diventare normale il paese. Solo la politica poteva recidere certi legami e invece si è preferito accollare tutto ai soliti Riina e Provenzano. Come se fossero dei marziani scesi sulla terra a fare la guerra e battuti loro la guerra è finita. Tra il ‘95 e il 2001 sono state fatte alcune leggi. Ma non sono solo leggi, sono indizi, a volte prove. Di un delitto silenzioso e costante.

Sono state chiuse le carceri di massima sicurezza di Asinara e Pianosa. Con il pretesto della privacy si è imposta la distruzione dei tabulati telefonici più vecchi di cinque anni, con il risultato che le indagini sulle stragi sono diventate difficilissime. La lobby degli avvocati in Parlamento ha provato a cancellare l’ergastolo anche agli stragisti. Poi i due Poli hanno riformato la legge sui collaboratori di giustizia con il risultato che ormai si pentono in pochissimi e ci si è dimenticati di una legge sui collaboratori non mafiosi. Il 41bis è stato quasi del tutto smantellato mentre si è concesso con la riforma del “giusto” (?) processo che i testimoni e i pentiti possano avvalersi della facoltà di non rispondere. Lo stato, come la mafia premia chi sceglie il silenzio.

Questa facoltà è stata prevista per blindare le verità di stato, quelle indicibili. Altro che segreto di stato! Facciamo un esempio, recente e completamente oscurato. A Palermo due alti ufficiali sono sotto processo per aver omesso la cattura di Provenzano pur conoscendo uno dei suoi rifugi. Uno dei due interrogato in istruttoria dal magistrato ha testualmente detto: “Abbiamo localizzato il casale [ di Provenzano ndr] ma va considerata la difficoltà tecnica di entrare in quanto il luogo era costantemente occupato da mucche, pastori e pecore”. Questo – secondo l’ufficiale – il motivo per cui u zu Binu non è stato arrestato nel 1995. L’imputato si è avvalso della facoltà di non rispondere sennò avrebbe dovuto ripetere la sua assurda difesa in aula davanti alla corte e magari qualche giornalista l’avrebbe riportata per esteso ai suoi lettori. E magari – così facendo – qualcuno avrebbe iniziato a capire, o almeno ad incazzarsi. Per inciso l’ufficiale è imputato con il generale Mori, quello degli incontri con Ciancimino, quello che arresta Riina e non perquisisce il covo del boss. Ma questa – come si dice – è un'altra storia.

Alcuni parlamentari ma anche importanti magistrati tra gli anni ’90 e 2000 hanno provato a far passare l’idea della dissociazione per i mafiosi. Pensate alla dissociazione di Riina: “va bene mi dissocio da Cosa nostra ma non chiedetemi chi sono i miei complici e dove ho nascosto il mio denaro”.

Il ministro Alfano ha proposto una riforma che consentirebbe alle difese di chiamare un numero illimitato di testimoni senza che il tribunale possa obiettare nulla. Con il risultato che i processi andrebbero in prescrizione per l’enorme mole di testi.

C’è un disegno di legge dell’onorevole Gaetano Pecorella che prevede il ricorso alla Convenzione europea per la revisione dei processi. E’ la stessa idea che Vito Ciancimino traccia nei suoi appunti con l’obiettivo di annullare le condanne del maxiprocesso. Lo stesso Ciancimino avrebbe voluto chiedere a nome di Cosa nostra l’elezione popolare dei giudici. Una bella idea che la Lega propone ormai da alcune legislature. Una bella idea eleggere i giudici in uno stato dove le mafie governano quasi la metà del territorio e investono nell’altra. Ma vedere cosa delle richieste presenti nel papello è stato messo in pratica e cosa no, è un esercizio fuorviante. Bisognerebbe vedere se la politica è riuscita a fare in modo che la mafia non possa entrare nello stato, nell’economia. E su questo non serve dire altro.

L’antimafia e il divismo

Questo paese quando si parla di mafia viaggia nel buio, non sa a quale santo votarsi. Intuisce certe complicità e si fida sempre meno. Il non trovare appigli ha fatto sì che alcuni scrittori e giornalisti – di eccellenti capacità – siano diventati delle icone antimafia. Saviano e altri come lui sono diventati eroi, miti dell’antimafia. Ma senza tirare in ballo Goethe e il paese ideale che non ha bisogno di eroi, bisognerebbe iniziare a dire che al di là dei grandi meriti di Saviano e di altri, è uno strano paese quello che per poter parlare di un problema collettivo non riesce che ad aggrapparsi ad uno scrittore, rendendolo un divo. Chi si dichiara sinceramente antimafioso non può non capire che se c’è eroe antimafia è quello che non abbandona il Sud, che non accetta il metodo mafioso della raccomandazione, che continua a fare il proprio dovere pagando prezzi altissimi senza avere ribalte. Fa tutto questo non per un’adesione astratta ad un – anch’esso – astratto desiderio di legalità, ma per dignità.

Un magistrato che da vent’anni non fa un passo senza la scorta, che comprime la propria esistenza in modo così radicale, che affronta tutti i santi giorni “il mostro” si avvicina molto all’idea di eroe. Un imprenditore che denuncia, non tanto e solo il pizzo, ma il fatto che le banche finanziano il suo collega che fa affari sporchi e non la sua azienda “pulita”, è a suo modo un eroe. Lo sbirro che per 1400 euro al mese fa il suo lavoro. Gli esempi non mancano. Lo star business è in cerca di eroi per trasformarli in divi, con l’obiettivo di anestetizzare il giusto protagonismo radicale di chi nel suo mestiere ha lottato e denunciato. L’industria culturale è sempre alla ricerca di icone, di personaggi di talento da sfruttare a fini politici. Una raffinata operazione di marketing ha trasformato un bel libro come Gomorra in uno spot rassicurante. Chi sono i mafiosi più pericolosi? I casalesi! Perché? Perché spacciano droga, comprano intere aziende, uccidono e inquinano con i rifiuti tossici la terra! Insomma sono il prototipo dei brutti sporchi e cattivi. Rassicuranti, in fondo, nella loro mitizzazione come se fossero dei bubboni in un corpo sano. E’ rassicurante perché fa apparire le grandi aziende del nord come ostaggi di quella terra bella e maledetta come la Campania. Perché blinda una verità di fondo che ancora non vogliamo dirci: e cioé che la vera mafia non è quella che spara ma quella che fa politica. E la camorra non fa politica come la può fare Cosa nostra, non fa saltare le autostrade, non uccide giudici e politici, non impone trattative, non ha la potenza dei segreti di stato che invece la mafia conserva nel proprio ventre. Gomorra, in questo paese senza memoria, senza dignità e verità, è un’occasione che la propaganda non poteva farsi scappare. Trasformandolo in verità storica e nello stesso tempo mitizzando il suo autore. Anestetizzandolo, allontanandolo dalla strada e dal lavoro d’inchiesta. Un intero sistema di potere ha innervato le proprie credenzialità antimafia su uno scrittore. Che nelle occasioni pubbliche viene seguito da oltre una quindicina di agenti di scorta. Pochi sanno, e ancor meno sono quelli che lo fanno notare, che lo stesso Stato che giustamente protegge Saviano in modo così deciso per anni ha delegato alle indagini sulla strage di via D’Amelio un solo poliziotto, uno solo! Dopo le proteste, la Procura di Caltanissetta ha ottenuto qualche risultato. Oggi ad occuparsi della morte di Paolo Borsellino sono in tre. Meglio di niente.

Possiamo fare la faccia feroce con mille denuncie, indignarci con mille libri e articoli, trovare tutti i colpevoli materiali delle stragi. Ma nulla di tutto ciò potrà mai spiegare il perché di quello che è avvenuto se non rivolgiamo lo sguardo altrove. A coloro che questo inferno hanno permesso che si sviluppasse. Alle classi dirigenti di questo paese che hanno consentito di far diventare un Riina qualunque uno di cui bisogna aver paura. Più di un Ministro, più di un Presidente, più dei suoi stessi padroni. Un gioco diabolico di ombre. Un delitto perfetto che vede condannato il killer e non il mandante, il servo e non il padrone.

Nicola Biondo

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