non guardarmi non ti sentoNon perdiamoci di vista
“Non guardarmi: non ti sento” è il titolo di un film del 1989 con G. Wilder e R. Pryor, in cui due protagonisti, uno sordo e l’altro cieco, sono gli unici testimoni di un omicidio: uno ha sentito lo sparo ma non ha visto l’assassino, l’altro ha visto in parte il colpevole ma non ha sentito niente. Vengono ricercati dalla polizia che li crede colpevoli e braccati dal vero omicida che vuole eliminarli in quanto scomodi testimoni. Le situazioni esilaranti di questa storia sono tutte giocate su questo equivoco e per scriverla ci fu bisogno della creatività e dalla maestria di ben 5 sceneggiatori.
Non servono invece particolari doti di genialità per concepire il sistema della comunicazione – informazione, espressione, accessibilità – che in Italia ha ormai prodotto decine di milioni di vittime da lottizzazione culturale.
Siamo ormai allo scenario riassunto nel titolo del divertente film americano, in cui il gioco delle parti è divenuto sempre più sfumato. Su molte testate giornalistiche le voci e le immagini degli Italiani arrivano, se ci riescono, dopo aver superato i filtri e le barriere dei direttori e soprattutto delle linee editoriali imposte dai padroni.
Anche sul fronte dell’espressione artistica, le cupolette degli adepti ottengono finanziamenti e visibilità a prescindere dal valore delle loro opere, con il risultato che la produzione, nel suo complesso, risente di una conduzione più che altro burocratica, ministeriale, in cui i patti d’acciaio stretti nelle stanze del palazzo stabiliscono e impongono la quasi totalità dell’offerta culturale.
Indici di audience e cifre d’incasso galleggiano sulla corrente di dati non sempre verificabili, tuttavia l’importanza di queste segnalazioni, tra entità che a turno non si vedono né si sentono, assume un’importanza del tutto marginale. Basti pensare a certi finanziatissimi quotidiani che nemmeno escono nelle edicole oppure ai moltissimi film che non hanno accesso nelle sale, anche perché agli stessi produttori, in alcuni casi, poco interessa la distribuzione nei circuiti cinematografici.
Tuttavia sarebbe impreciso e fuorviante dire che in Italia la libertà di stampa o d’espressione vengono limitate solo dalle scelte di vertice, mentre può risultare più utile parlare di un problema di qualità, di carenze e di inadeguatezze che a diversi livelli investono sia la categoria dei giornalisti e degli operatori culturali, che quello dei lettori, dei teleutenti e degli spettatori.
Che l’albo dei giornalisti – strumento anacronistico, medievale e corporativo – non sia un organismo che garantisce un elevato valore d’informazione, è un fatto assodato da tempo. Così come la latitanza di eccellenze espressive è ormai una patologia conclamata. Si tratta di due disfunzioni che certamente creano un terreno fertile per iniziative che limitano le libertà ad esse collegate, ma scontrarsi con coloro che detengono il potere senza stimolare quelli che in prima persona scrivono, informano e raccontano, non è altro che una piccola battaglia di retroguardia travestita da grande conflitto.
Da troppi anni va avanti lo schema contestatorio che mira “a impedire che”, che vuole avere “la libertà di”, e che esercita continue (e superficiali) pressioni nelle manifestazioni di piazza e in molti dibattiti televisivi, diventati ormai indigesti e stucchevoli.
Poche voci si sono distinte per aver avanzato proposte alternative. Pochi atti concreti che abbiano opposto alla degenerazione di alcuni ambienti una scelta “a favore di”. Quasi nessuno che abbia avuto l’ardire di lottare nella direzione di una “libertà per”, per qualcosa cioè che mostrasse in modo evidente non solo la via d’uscita ma anche il punto d’arrivo risolutivo. Un pantano nel quale il silenzio degli intellettuali ha costituito la colonna sonora più angosciante che si potesse concepire.
In questo costante scivolare, la popolazione è rimasta inerte, remissiva, avvolta in un’ignoranza che ha caratteristiche ben più gravi di quella di cinquant’anni fa. Allora era determinata dalla mancanza spesso totale d’istruzione e quindi aveva una sua dimensione sana, legittimata. Ora gli ignoranti hanno studiato, hanno un diploma superiore e molte volte non solo quello.
I conduttori della TV e i politici si guarderebbero bene dal fare una simile affermazione, scomoda e impopolare, ma quando mettono a capo del maggiore TG nazionale uno come Minzolini e nominano ministri tipo Mara Carfagna è chiaro che considerano gli Italiani alla stessa stregua di umanoidi decerebrati.
Il problema centrale è semmai quello che purtroppo queste cose accadono e il TG1 viene seguito (anche se forse ha meno spettatori) così come candidati di nessuno spessore intellettuale e politico vengono votati ed eletti, pronti a ricevere incarichi istituzionali di particolare rilevanza.
Da questa amara constatazione si apre perciò una questione ben più dolorosa, che investe la società civile in quanto anche protagonista del suo destino marginalizzato e sottomesso.
Sembra che non sia più in possesso di mezzi soprattutto culturali per disinnescare i processi che hanno generato una complessiva situazione di stallo, in cui la cittadinanza ha smarrito la capacità di iniziativa e l’autonomia di pensiero e annaspa nella ricerca del profeta, senza individuare un progetto e senza creare i presupposti per portare avanti in modo consapevole un patto popolare basato sulle urgenze imposte dagli eventi che stiamo vivendo.
Il “non guardarmi¨: non ti sento” è diventato una consuetudine che deteriora le relazioni umane e soffoca il desiderio, pur diffuso, di voltare pagina e di riprendere un cammino dinamico e produttivo.
Ma se un desiderio è così diffuso e intenso c’è da essere sicuri che basterebbero scelte slegate dalle corporazioni e lontane dalle caste, in cui si riacquisti consapevolezza del fatto che non è affatto impossibile agire sulle ali di una “libertà per” e che non servono le benedizioni dall’alto per rinascere e costruire.
Si avverte sempre più chiaramente una spinta limpida che sta prendendo vigore e che si alimenta di idee e di progetti.
L’errore più grave e imperdonabile sarebbe oggi quello di cedere di nuovo alla tentazione di poggiare queste energie sul simbolo, sul nome del leader, sul partito che non rappresenta, e sostanzialmente sulla paura di battere quelle ali che ci permetterebbero di volare.
La libertà di stampa e d’espressione in Italia esistono, bisogna solo reimparare a utilizzarle al meglio ed essere in grado di valutare, interpretare e nel caso modificare gli elementi che possono limitarle.
Guardiamoci negli occhi e ascoltiamoci. Collaboriamo e riprendiamoci gli spazi in cui davvero avvengono i grandi cambiamenti, i luoghi del lavoro e della cultura, dove bisogno reale, desiderio e impegno civile generano gli straordinari patti popolari su cui si poggia lo sforzo trasparente a favore del vero progresso e della democrazia compiuta che garantisce ai cittadini una politica che agisce in funzione non dei sondaggi ma delle sollecitazioni che provengono da una popolazione matura e cosciente.
sp

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