galline in batteriaLe galline e il baratro della democrazia
All’inizio degli anni ’90 ci trovammo in una situazione politica molto complessa. Tangentopoli scoperchiò un diffuso sistema di illegalità all’interno dei partiti nell’ambito soprattutto dei rapporti con l’alta imprenditoria e quasi un intero sistema venne travolto. Si rese inevitabile l’esigenza di un cambiamento profondo. Alcuni partiti scomparvero, altri cambiarono nome e alcuni vennero creati sulle macerie di quelli preesistenti.
Nel Paese non esisteva un clima di scontro che potesse alimentare conflittualità tra cittadini che in qualche misura si definissero appartenenti a opposte fazioni. Almeno un decennio di distanza aveva fatto dimenticare il clima e le pulsioni della lotta di classe e delle barricate. Tuttavia, in un’ampia parte dell’opinione pubblica cominciò a serpeggiare il malcontento nei confronti dell’operato della magistratura. Erano in tanti a ritenere che a causa di queste indagini si fosse creata una situazione di stallo politico e di conseguente rallentamento economico.

Fu in quel periodo che ripresero vigore contrasti e vere e proprie zuffe tra persone che la vedevano in modo diverso. Controversie che fino a quel momento erano state riservate ai diverbi tra tifosi di solo stampo calcistico.
Con un’abile strategia di comunicazione nacque Forza Italia, il partito di Berlusconi, che andò a occupare un vuoto e si rese interprete di un nuovo linguaggio politico, fortemente populista e fondato in particolare sulla costruzione del nemico e sui gravi rischi che questa fantomatica entità portava con sé.
La debolezza istituzionale, ma soprattutto la disperazione culturale e la pochezza identitaria del tessuto sociale italiano, determinarono le condizioni per la rapida ascesa di questo nuovo partito e l’affermazione del suo linguaggio come vero e proprio metodo unico nel confronto politico e istituzionale.

Nella metà degli  anni ’90, in piena degenerazione culturale, esplose in Italia uno scontro tanto acceso quanto ingiustificato tra sostenitori di Berlusconi e (stando a quanto indottrinato da lui) potenziali filo-comunisti, proprio perché lo stesso Berlusconi aveva indicato nei “comunisti” il vero pericolo per la libertà, per la democrazia e per lo stesso futuro dell’Italia. Il feticcio ormai raggrinzito del comunismo era stato sapientemente rinvigorito dalla propaganda del nuovo leader e malgrado fosse pressoché impossibile reperire tracce di avanzate troskiste o di rivoluzionari bolscevichi, vasti settori della popolazione si lasciarono coinvolgere dalla percezione che esistesse davvero un pericolo imminente dovuto ai famigerati comunisti.
Può sembrare semplicistico ma gli Italiani, eccellenze a parte, non sono un popolo colto con una solida esperienza democratica e abboccano facilmente ai richiami elementari delle personalità carismatiche. Nella maggior parte dei casi sono galline che adorano il becchime che gli viene lanciato dall’alto e vengono usate per fare uova e brodo.
La condizione prodotta in Italia dalla propaganda berlusconiana ottenne in breve il risultato più favorevole per garantirsi una comoda ascesa al potere senza doversi riferire a principi e valori che avessero una qualche sostanza: la creazione di tifosi e in quanto tali acritici, pronti a scontrarsi con il nemico nel segno di un’appartenenza acciecata e animata da soli riferimenti illusori. L’appartenenza delle galline.
Nelle dimensioni opposte a questa deriva non ci fu un’azione che potesse incidere sulla coscienza della collettività e complessivamente non si fece altro che assecondare questo scivolamento nello scontro per lo scontro e nella ricerca del potere per il potere. Del resto la sindrome delle galline coinvolgeva e coinvolge la maggioranza degli Italiani e la classe politica della cosidetta seconda repubblica è stata in definitiva la naturale estensione di questa miseria intellettuale.

Lo scenario in cui ci si è mossi dal 1994 in poi è quello di un paese nettamente diviso in due, senza però che l’elettorato sapesse riconoscere altri motivi di questa decisa separazione, se non quelli del simbolo o del nome dal quale si ritenevano rappresentati. Milioni di ultrà sulle curve di uno stadio all’interno del quale si svolgeva una partita tra protagonisti sempre più ricchi e influenti, ma al tempo stesso una partita sempre più squallida e volgare.
In questo ambito si sono stati compiuti i primi passi verso il baratro della democrazia: nella perdita di un diffuso consenso appoggiato e alimentato dalla maturità democratica e nell’esasperazione della divisione tra due diverse componenti popolari, ugualmente inconsapevoli e parimenti ignoranti, anche se indubbiamente animate da sentimenti ben distinti tra loro.

L’esplosione di una crisi economica senza precedenti, se da un lato ha evidenziato le carenze delle classi dirigenti e ha imposto quanto meno una serie di obbligati cambiamenti, rischia, nelle sfere non dominanti della società, di aumentare ansia e paura a favore di incerte e devastanti soluzioni autoritarie. In un periodo di così profonda depressione economica, la democrazia perde fascino e prendono quota fenomeni più connessi a ideologie totalitarie e a manifestazioni di intolleranza che minano l’armonia sociale.
Assumono maggiore impeto anche i particolarismi e la protezione di posizione consolidate. Le corporazioni e i gruppi di potere fanno quadrato al loro interno per far valere la loro forza contrattuale per il timore che possano venir meno le forme di privilegio e di garanzia acquisite nel tempo.
In tutta la Penisola c’è un rincorrersi di iniziative di dissenso perfettamente congruenti a quelle di consenso. Stessi modelli e simili dinamiche.
Aumenta la tendenza al leaderismo politico a scapito della forma partito. Nello stesso tempo viene ripetuta l’incitazione al “progetto dal basso” e all’autogestione nelle vertenze sociali. Dai palazzi del potere si enfatizza il valore della sovranità popolare mentre nel Parlamento si attuano tatticismi settari e nascono rivoli carsici che si spostano nell’ombra. Nella aree di disagio e di emergenza ambientale, economica e culturale ci si mobilita sugli effetti senza individuare proposte unitarie e concrete, ma soprattutto dopo aver trascurato per troppo tempo le criticità e le cause di declino che hanno determinato i dissesti che vengono denunciati.

Il panorama è caratterizzato da mille battaglie di retroguardia, prive di leadership e senza direzione, con indici percentuali che si rincorrono per confermare o smentire le tesi opposte, con annunci roboanti per conferire una qualche consistenza al ruolo che si ricopre, con analisi conformiste, buone per ogni stagione, per non alterare il vantaggioso disequilibrio che garantisce comunque la tutela delle posizioni già in tasca.
Il “basso”, l’abusata definizione utilizzata per evocare l’entità popolare, si auto organizza o crede di farlo manifestandosi negli stessi canali impiegati dall’alto e invece della contraddizione al sistema ne diventa un’appendice. Occupa ciò che è già stato occupato e contesta quello che in realtà già non esiste più ma che sopravvive proprio grazie alla stessa contestazione, e il dissenso diventa celebrazione della sconfitta e dell’esclusione.
Il labirinto dei paradossi sostiene una sostanziale immobilità politica e sociale che fa il paio con l’indeterminatezza nelle scelte economiche, mentre il magma della povertà avanza inesorabile senza trovare ostacolo.
Sembra che tutti si trovino a pagare un conto improrogabile senza però avere fondi per poter sopperire alla somma da sborsare. L’inerzia dell’ottimismo berlusconiano così come quella dell’adattamento allo scontro a oltranza, unite alla rassegnazione e al disimpegno, hanno inaridito un terreno già sfibrato da anni di criminale neoliberismo e i fragili germogli delle iniziative democratiche che pur costituiscono un’urgenza, si seccano nel clima velenoso della metapolitica, della metasocialità e dei finti e burocratici intellettualismi.

galline in batteria 2Le galline, tristemente, finiscono con il correre verso il loro aguzzino per essere sgozzate o affogano nel loro stesso brodo credendo di cibarsene. Il genocidio è visibile sui media ed è ferocemente evidente nell’attimo della rincorsa verso l’occhio della telecamera che concede la truffa della visibilità ma che offre allo sguardo più attento anche le immagini chiare del nostro dissesto.
In questo quadro desolante non è facile individuare gli strumenti possibili ed efficaci per uscire dalle sabbie mobili ma in assenza di una cultura civile attendibile e senza validi riferimenti, siamo costretti ad accogliere l’emergenza come unico elemento tonico e incoraggiante per spronare la popolazione ad assumersi responsabilità senza considerarsi il “basso”, evadendo cioè dalle semplificazioni degli slogan imposti dai simulatori di impegno per tornare a essere soggetto sovrano e cosciente in grado anche di prevenire la catastrofe.
Si fa un gran parlare oggi di disastro ambientale, di aggressione alla cultura, di ricostruzioni disumanizzanti segnate dal malaffare. Tutti problemi non spuntati all’improvviso e di facile riscontro nel momento stesso in cui veniva perpetrato il progetto ed eseguito il danno ma che si è cercato di contrastare, nel migliore dei casi, con lotte di retroguardia fatte da figure subalterne e in cui i cittadini, il popolo o il “basso” come ama definirsi, era voltato dall’altra parte o sceglieva di non scegliere.

In Italia la democrazia è morta ma saremmo folli ad abbandonare il tentativo di rianimarla per restituirle dignità e vigore. Risulta davvero essenziale lavorare sull’unità e recuperare compatibilità e cooperazione per uscire dalla barbarie della regola del nemico.
Non esiste alternativa a questo per evitare un ulteriore baratro della democrazia e per poter contare su Istituzioni solide ed efficienti.
Alle galline dobbiamo dire di fare attenzione perché l’uovo produce una dilatazione momentanea che può essere anche piacevole.
Il vero problema, il grave problema, è il brodo.

Stefano Pierpaoli
17 novembre 2010

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