Quella cosa che non si può dire Il blocco messo in atto dalle forze dell’ordine ha desertificato la zona intorno a Montecitorio in previsione dell’onda di studenti che sarebbe arrivata di lì a poco. L’immagine di quelle strade vuote può trasmettere il senso di un’emergenza ma può anche raccontare dell’assenza istituzionale nella visione angosciante di una cattedrale nel deserto che, come nel meraviglioso romanzo di Buzzati “Il Deserto dei Tartari”, sopravvive a se stessa spegnendosi inesorabilmente e trovando la sua unica ragion d’essere nella speranza di essere assaltata.
Lontano dal palazzo del potere è avvenuto lo scontro, inutile ma utilizzabile, preludio del ritorno al metodo dell’occupazione. Di poltrone e di università. Di scuole o di ministeri. Tutti abbarbicati nei fortini con impulsi diversi ma assai simili nel simbolismo che porta con sé la pretesa dell’insediamento a oltranza. L’onda vivace e legittima della protesta studentesca si è infranta contro lo sbarramento inopportuno e ordinato dall’alto della polizia, ma si sarebbe abbattuta contro il nulla se fosse riuscita a raggiungere il desolato castello dei politici. Mondi che non comunicano, e quando provano a farlo, quando salendo sul tetto simulano solidarietà con chi davvero è stato abbandonato a se stesso, offrono la solida squallida rappresentazione senza poter rappresentare un bel niente se non se stessi. Ma esiste un’onda che non lascia spazio alla soluzione della barricata o del posto di blocco perché arriva da lontano e ha dimensioni talmente gigantesche da non lasciare neanche spazio a un tentativo di fuga. È quel fantasma che da un paio d’anni tutti si affrettano a smentire, divulgando stime senza nessun senso e prive di riscontro. Quando lo spettro si è manifestato, in Grecia e ora in Irlanda, è stato circoscritto con formule equivalenti a quelle impiegate da noi a L’Aquila e a Napoli, ma le ferite inferte non tarderanno a ripresentarsi. Manca poco al default dell’Italia ma potremmo dire che già siamo in pieno tracollo, anche se non si può e non si deve dire. La nostra economia, in stagnazione e priva di crescita da oltre 10 anni, si tiene in piedi con ricette illusorie grazie al lavoro nero e all’illegalità, ma è evidente che si tratta di due fattori privi di solidità e destinati a schiantarsi contro il mercato globale come già sta succedendo. Sarà una marea implacabile che però spazzerà via ciò che è già marcio e irrecuperabile, che travolgerà il patto tra finanza e dirigenza politica e scoprirà il gioco sporco portato avanti per anni. Non è facile ma è anche un’onda che si può cavalcare, su cui si può planare. È anomala non solo perché infinitamente più grande delle altre ma perché è una forza che altera nel bene e nel male gli stessi disequilibri che l’hanno creata. Con sequenze che potevano essere previste, ma sulle quali si è preferito sottacere, è stato determinato un crollo senza precedenti. Con sequenze innovative che producano nuovi modelli culturali, economici e sociali si potrà generare una straordinaria occasione di rinascita collettiva, fondata su regole certe e su progetti in grado di restituire il futuro a questo paese. Nel romanzo di Buzzati, chi arrivava alla Fortezza Bastiani al confine col deserto, ne veniva stregato e non riusciva più ad allontanarsi fino a spegnersi in una storia senza storia. Non è facile ma è inevitabile e necessario imparare a salire su quell’onda che sentiamo arrivare. Le sequenze vengono separate da fratture, nette separazioni e decisi distacchi. Se non ci sarà coraggio per fare questo salto, ogni salto che poi verremo obbligati a fare, sarà imposto e non avremo più il tempo per scegliere. Chiedete agli Irlandesi.
SteP 1 dicembre 2010
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