chiodiI chiodi del capitalismo
Mi è capitato di seguire un monologo di Ascanio Celestini in cui, con un sagace racconto metaforico ma non troppo su chiodi, operai e capitalismo, ha raccontato un aspetto del rapporto sbilanciato tra padroni e lavoratori. Celestini termina il suo intervento con l’interrogativo sul vero bisogno che potremmo avere di quei chiodi.
La domanda più incalzante risulta però essere: “Come possiamo comprare questi chiodi visto il crollo del valore d’acquisto dello stipendio?”. In altre parole, il sistema capitalistico ci vuole tutti consumatori ben allineati di fronte alle vetrine dei negozi e ammassati nei centri commerciali ad acquistare beni, ma se ci manca il denaro per comprare, salta il sistema così come saltano gli equilibri sociali che ne consentono la sopravvivenza. Ma se guadagniamo 1.200 Euro al mese come possiamo essere consumatori, dopo aver pagato affitto o mutuo, bollette e utenze di ogni genere?
Il Fordismo, che caratterizzò il rapporto tra il padronato e la classe operaia nei primi decenni del ventesimo secolo, nasceva tra l’altro su questa riflessione: “Se il mio operaio non potrà acquistare l’automobile che produco nella azienda di cui sono proprietario, come può sopravvivere la mia azienda e di conseguenza tutto il sistema capitalistico?”.
Dovrebbe essere questa la domanda da porre a chi costringe la classe operaia, ma sarebbe legittimo parlare di intera popolazione, a operare un salto indietro di quasi un secolo, costringendola, sulla base di un ricatto, a recedere sul diritto e sulla forza contrattuale.
Il capitalismo ha dimostrato di poter riconoscere un qualche tipo di re-distribuzione della ricchezza che produce, a patto che non vengano alterati i suoi dogmi:
1.  La logica del profitto in quanto valore etico su cui deve essere subordinata ogni condizione umana
2.  L’indiscutibile primato della libertà privata dei mezzi di produzione e degli strumenti di scambio
3.  L'indiscriminata libertà privata del trasferimento di capitali, delle imprese e delle merci

Finchè è resistito, laddove è esistito, l’equilibrio tra sviluppo proporzionato di produzione e salario e fino a quando la crescita economica è coincisa con l’aumento dell’occupazione e delle opportunità di lavoro, è stato possibile accompagnare le politiche industriali a quelle di reddito, mantenendo saldi gli equilibri, non tutti, di benessere generale.
La globalizzazione e i nuovi processi macroeconomici che hanno depotenziato il ruolo degli stati nazionali fino a de-strutturare il rapporto con la società civile nel suo insieme, hanno anche determinato lo scollamento delle politiche sociali che nel quadro delle programmazioni economiche garantivano forme e strumenti di sicurezza sociale in grado di assorbire i disequilibri e mantenere i lavoratori sopra a quella soglia che permette loro di essere consumatori.
La crisi finanziaria mondiale, così come ha forzato il profondo imbarbarimento dei rapporti nel mondo del lavoro tra padroni e dipendenti, dovrebbe anche aver mutato il punto di vista sugli strumenti di ammortizzazione sociale, sulle garanzie contrattuali e sul diritto/dovere al consumo.
Di fatto questa trasformazione non è avvenuta, se non nelle forme più subdole che producono esclusione, disagio e precarietà e che hanno modificato l’essere umano rendendolo subalterno in modo assoluto e totale alla sua capacità di ottenere mezzi di sussistenza.
Si legge da molte parti l’esortazione a nazionalizzare la FIAT, come se questo potesse rappresentare, in un periodo di così drammatica crisi, una panacea per la perdita di posti di lavoro e per ottenere salari più dignitosi e orari di lavoro sostenibili. La nazionalizzazione dei mezzi di produzione sarà proponibile solo quando potrà coincidere con la socializzazione effettiva dei mezzi di produzione stessi, ma è evidente che per almeno un secolo ancora, questo salto risulta essere solo frutto di vagheggiamenti utopistici.
Il passaggio concreto su cui invece sarebbe possibile intavolare una trattativa si snoda sui beni primari di uso sociale ed è su questo che dovremmo cominciare seriamente a ragionare.
La domanda legittima di Ascanio Celestini è “cosa ce ne facciamo di tutti questi chiodi”. La mia domanda è “se anche ci servissero, come riusciamo a comprare questi chiodi se non riusciamo ad arrivare a fine mese?”
Il terreno di confronto deve quindi essere affrontato da un diverso punto di vista e deve diventare centrale la ricerca di soluzioni che restituiscano valore d’acquisto al salario grazie a una riduzione drastica dei costi sui beni primari, che sono quelli della casa, della scuola, della sanità e anche delle utenze. Tutte spese che andrebbero alleggerite per la grande parte di cittadini che appartengono a categorie esposte e precarizzate, a cominciare dai costi, solo per fare un esempio delle stanze per gli studenti fuori sede.
A Mirafiori è stato ratificato con un referendum quello che accade ogni giorno decine di migliaia di volte. Il lavoratore è sempre sotto ricatto e il momento di gravissima congiuntura, di crisi economica e di perdita di posti di lavoro non può che esasperare questa condizione.
Il ricatto peggiore è però quello degli affitti inaccessibili, delle attese infinite per un esame clinico, di fondi per la scuola dirottati verso li istituti privati. Questi sono veri e propri strumenti coercitivi che minacciano gli equilibri sociali e logorano la serenità esistenziale di milioni di cittadini.
Un’azione su questi elementi introdurrebbe fattori di contraddizione rispetto ai quali sarebbe assai difficile reagire sulla base del ricatto.
L’impresa, capitalizzando, potrebbe acquistare stabili in cui accogliere i dipendenti o in cui far studiare i loro figli.
Anche lo Stato potrebbe intervenire su questo e a una politica della casa che tagli drasticamente i prezzi di affitto, potrebbe aggiungere innovazioni nel sistema sanitario nazionale che garantiscano trattamenti dignitosi, collegati a politiche ambientali che proteggano la salute di tutti.
Le risorse economiche per rendere possibile tutto questo, nel caso dell’azienda privata vengono fornite dalla capitalizzazione stessa dei beni immobili acquisiti. Nel caso invece dell’intervento pubblico basterà attingere dalle rendite finanziarie, il cui ridimensionamento non può che portare enormi vantaggi alla stessa industria in termini di investimento e di circolazione di denaro.
Quei chiodi,  telefonini o automobili che siano, siamo anche disposti a comprarli per essere consumatori, utenti e clienti, ma finchè verremo presi per il collo nel diritto ai beni di uso primario, la nostra economia e lo stesso capitalismo, non troverà nessun tipo di stimolo utile per rigenerarsi. Nemmeno col ricatto.
Stefano Pierpaoli
17 gennaio 2011

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