strada.gifPassaggi Obbligati
Qualche settimana fa, mentre la rivolta del popolo egiziano era arrivata al suo punto culminante, Silvio Berlusconi fu l'unico tra i leader occidentali a dire che "Mubarak è un uomo saggio e bisogna lasciarlo dov'è. Sarà lui a fare le riforme e solo dopo potrà ritirarsi con onore".
Le dichiarazioni rilasciate dal presidente del consiglio lasciano a intendere quanto lui stesso percepisca il parallelismo tra le sue vicende politiche e quelle egiziane. Se sono diversi gli scenari, le basi culturali e le modalità espressive di queste due crisi politiche, la vicinanza tra le stesse appare, per motivi in parte casuali, sconcertante. Berlusconi e Mubarak risultano strettamente e consapevolmente legati tra loro in modi diversi. Ricordiamo a riguardo il grottesco intervento del presidente, quando telefonò alla procura di Milano sostenendo che la minorenne trattenuta fosse la nipote del presidente egiziano. il secondo elemento che lega i due è la crisi politica evidente, che ha costretto uno ad abbandonare la posizione di potere spinto dal grido limpido di orgoglio e protagonismo del popolo egiziano; molto diversa nelle modalità la crisi italiana, che configura anch'essa la decomposizione di un sistema di potere e sembra ormai sancirne la fine.Due forme di transizione chee sottolineano il declino inarrestabile di vecchi leader e di vecchi sistemi, e l'inizio di una fase nuova e inevitabile.
Le urla, i canti, i suoni della folla di piazza Tharir hanno fatto il giro del mondo. Le dirette dei principali network televisivi, le prime pagine dei giornali hanno trasmesso ovunque uno dei passaggi storici egiziani più importanti e più delicati. Abbiamo sentito la piazza egiziana esplodere nei festeggiamenti gridando "abbiamo abbattuto il regime", "dio e grande" mentre si ripeteva quello straordinario connubio, quel sostegno sentito tra l'esercito e la popolazione. Quello che è accaduto in egitto è frutto di una reazione collettiva, l'epilogo necessario deell'azione portata avanti da chi per decenni ha vissuto in uno stato non democratico, dove la parola libertà aveva un altro significato ed il potere, come spesso accade, apparteneva ad una casta ristretta capeggiata da un monarca pronto a lasciare il potere nelle mani del figlio.
Sorprendenti anche qui, le similutudini con la situazione che da anni noi italiani viviamo. Ma dall'egitto arriva un messaggio importante, fondamentale:
La reazione dei più giovani che anche in questa rivoluzione non hanno esitato a far sentire la loro voce e a fare la differenza. Come in Tunisia, Algeria, come sta avvenendo in queste ora anche in Iran, i giovani del Nord Africa e di molti paesi del Medio Oriente hanno lasciato un segno, impresso i loro volti le loro proteste, il loro impegno singolo e individuale, seguendo la storia e il vento necessario del cambiamento. Hanno detto basta, alzato la testa e non hanno avuto paura di dichiarare da che parte stavano, presentnado il conto a chi non aveva ancora compreso che i tempi erano maturi per un cambiamento della coscienza collettiva; a chi non aveva fatto i conti con la storia.
Piazza Tharir, ha regalato al mondo un esempio e sopratutto un messaggio che non possiamo ignorare. Un messaggio che tocca noi italiani  in prima persona. La storia segue il suo corso, non può che seguirlo e appartengono a folli deliri dettati dalla paura le idee di chi crede di poter fermare questa evoluzione necessaria.
Gli ultimi mesi hanno visto anche qui in Italia mobilitazioni generali, mobilitazione dei ragazzi, scesi in piazza a fianco dei ricercatori. Mobilitazioni degli operai e dei precari, che hanno manifestato insieme agli studenti universitari in una convergenza di intenti e volontà di cambiamento che da tempo non assumeva dimensioni tanto vaste e condivise.  Gli avvenimenti politici degli ultimi mesi stanno costringendo anche i nostri leader a fare i conti con le azioni passate, con le posizioni non prese, ma indispensabili per salvare questo paese, con le difficoltà  che seppure non estreme come in Egitto(grazie alla presenza di una solidarietà sociale che si è costituita come il vero welfare italiano), hanno portato tanti a prendere posizione nel senso di un nuovo protagonismo individuale nella storia di questo paese.

Se e' vero che la piazza, quando percepita come grandi numeri, mobilitazioni di massa e pensiero "collettivo" come sottolinea Luisa  Muraro nel suo ultimo editoriale va osservata tenendo conto anche dei suoi aspetti più preoccupanti,  quella stessa piazza ci da oggi la dimostrazione di un popolo unito dall'esasperazione, dalla rabbia per un'immobilità politica protratta ed ormai inammissibile; dalla rabbia, sopratutto, per una programmazione esistenziale preclusa ai più.
E' per esprimere questo, andando oltre le strumentalizzazioni e le interpretazioni di facile consumo che migliaia di donne, il 13 febbraio sono scese in piazza.
Per superare questo stato di immobilità, lanciare un messaggio inequivocabile, essere presenti e attive; presenti e attive come lo sono ogni giorno, ciascuna nella sua esistenza e ciascuna a confronto con una società che stenta ancora ad abbandonare la visione del femminile come merce di scambio sul mercato dei beni simbolici.
Le donne italiane, come quelle egiziane che non hanno rinunciato a farsi sentre e ad essere presenti pur nel clima di tensione e violenza dilagante, come tutte le donne che a confronto con eventi piccoli e grandi, sanno pretendere l'ultima parola, dando la misura reale della situazione che viviamo, e dell'implacabilità che la volontà, la necessità e il desiderio di un cambiamento autentico, assumono oggi.

Ricominciando a percepire e a vivere questa indignazione che spinge  tantissimi italiani a manifestare, come presa di coscienza del singolo, come atto di orgoglio e volontà individuale per  affermare, gridandolo se necessario, il desiderio di tornare ad essere protagonisti delle nostre esistenze lasciando finalmente indietro quella pessima abitudine che è oggi l'agire, il parlare e il pensare per delega, anche noi  possiamo sperare di festeggiare un nuovo passaggio storico. Un passaggio che se da un lato non può prescindere dalla sconfitta definitiva di sistemi di potere e leader ormai inadeguati, dall'altro si troverà ad esultare per le prospettive future e le possibilità ritrovate, più che per tutto il resto, con buona pace di chi è ancora convinto di poter salvare un sistema inadeguato in ogni sua manifestazione. Un sistema che adesso dobbiamo saper relegare a materia di studio ed esempio negativo di vecchia politica, semplicemente indietro rispetto alle esigenze da soddisfare. Semplicemente sorpassato dalla storia.


Marlene M.

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