Il raggio paralizzante Sono tante le immagini che ci arrivano dai film di fantascienza in cui i nostri eroi immobilizzavano il nemico grazie alle armi paralizzanti. In un paese malato d’inerzia come il nostro, bloccato su questioni grottesche mentre la storia avanza con sconvolgenti fratture tra passato e futuro, non è difficile avvertire un influsso simile utilizzato per addormentare i cervelli. Milioni di individui che restano immobili di fronte allo sfacelo o che provano a dibattersi vorticosamente ma con la stessa disperata foga di un pesce nella rete. Dall’alto si cerca di indebolire la conoscenza e le intelligenze, si depotenzia la scuola e l’università, si impoverisce la ricerca, si soffoca l’offerta culturale. Chi si oppone è molto spesso omologo rispetto a coloro che aggrediscono, e i metodi di lotta e di contrasto sono affini al loro contrario, deboli, allineati, incapaci di inserire contraddizione e troppo incerti per avanzare proposte vigorose.
Nei confronti delle legittime proteste si assesta qualche pacca sulla spalla da parte di chi dovrebbe appoggiarle e alla fine sembrano tutti contenti. La compassione pelosa che accoglie il lamento di intere generazioni non fa altro che incoraggiare un ulteriore smarrimento e agevola la fiacchezza nella capacità di costruire. Ci si ferma all’identità percepita e al diritto rivendicato nel solo atto iniziale. Il tutto viene semplificato e accompagnato dalla cultura del tatuaggio che determina appartenenza e che stabilisce il riconoscimento. Nessuno sa dire fin dove conduce la mano che guida e che accompagna. Nessuno può confessare il percorso determinato da questa rotaia. Nessuno può farlo perché si tratta di un avanzare illusorio, che trasmette la sensazione di andare avanti mentre in realtà si resta immobili, intontiti da migliaia di informazioni che fanno sentire alle masse di essere nel vivo dell’azione e nel pieno della spinta. Cortei, convegni, manifestazioni, proteste e mobilitazioni che fanno pensare a un periodo che precede straordinari cambiamenti. Migliaia di persone che credono di partecipare e che non riusciranno a incidere se non in minima parte, prive come sono di pensiero individuale e coscienza soggettiva. In Tunisia hanno fatto una mezza rivoluzione. È avvenuta una transizione. Il tiranno è stato cacciato. Migliaia di giovani stanno fuggendo dopo aver fatto un passo avanti. Giustamente li accogliamo, del resto non avremmo scelta. C’è da chiedersi come mai, all’indomani di una vittoria politica e sociale, coloro che più di altri sono stati artefici di questo trionfo o che più di altri scontano il peso della discriminazione, sono anche i primi a scappare. C’è da domandarsi se sono stati davvero loro a volere il cambiamento e a governarlo nel momento in cui avveniva. Il sacro principio di autodeterminazione dei popoli suggerirebbe che ora devono stare lì per vivere in prima persona un’epoca nuova e piena di promesse. Eppure fuggono rischiando la vita in mezzo al mare. Scelgono una diversa precarietà e si immergono in una nuova povertà. In un paese diverso dal loro. Accoglierli indiscriminatamente è anche un modo per paralizzare la voglia di rivoluzione e mettere sul piatto delle strumentalizzazioni politiche sia il processo politico in atto nel loro paese, sia il loro stesso futuro di profughi/clandestini/rifugiati. Sentiamo raccontare di passi avanti verso la democrazia e intanto assistiamo all’esodo biblico di coloro che ne dovrebbero beneficiare. Sicuramente c’è qualcosa che non torna. L’ipocrisia dell’accoglienza fine a se stessa è molto simile a quella pacca sulla spalla offerta ai nostri ingenui contestatori. Piccole valvole di sfogo in cui si cela il raggio velenoso che trattiene e disabilita.
SteP
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