Su la testa Nella sala Fellini di Cinecittà si è svolto “Su la testa”, incontro promosso dal Partito Democratico per esporre le proposte su cinema e audiovisivo. Alessandra Untolini ha diretto i lavori che hanno visto alternarsi numerosi interventi sulla scia della accurata relazione presentata da Matteo Orfini, responsabile cultura del PD, dalla quale sono emersi molti spunti interessanti anche in discontinuità con il recente passato. Com’era prevedibile sono state molte le voci che hanno manifestato preoccupazione per l’intero comparto denunciando le ambiguità del governo in carica ma a smuovere maggiormente la platea sono state le parole accorate di un lavoratore di Cinecittà, che ha testimoniato l’angoscia per il futuro di tanti come lui che avvertono i pericoli provenienti da una gestione approssimativa e sospetta. Egli ha espresso la sua esasperazione con parole spesso dure ma con estrema lucidità, descrivendo da dentro i pericoli che sta correndo quello che costituisce il simbolo massimo della storia della cinematografia italiana.
Un’ora circa prima di lui aveva parlato Lamberto Mancini, direttore generale di Cinecittà, che con aria a dire il vero supponente, aveva cercato di rivendicare un ruolo di “manager coscienzioso” che tenta di proteggere il prestigio del luogo da lui diretto. Una tesi assai debole, portata avanti seguendo un parametro illusorio e soprattutto segnata dalla confessione dei 7 anni di amministrazione semi-fallimentare che lo vedono protagonista. Verrebbe da pensare come mai viene lasciato al suo posto un allenatore che spinge la sua squadra in serie B, ma la risposta fa parte di un rituale molto consueto in questa Italia. La società che gestisce Cinecittà Studios è formata da investitori privati. Lo spazio è invece interamente statale. La strategia usuale che si adotta in questi casi risponde al percorso riassumibile in 3 parole: devastazione/smembramento/privatizzazione, con conseguente riconversione nel nome del nuovo padrone. Un giochetto fatto molte volte, che rischia un’ulteriore accelerazione per via del federalismo demaniale. Nella risposta amareggiata ma vigorosa del rappresentante dei lavoratori di Cinecittà è venuto però fuori con chiarezza il pericolo a cui viene esposto un luogo di così grande significato e di immense potenzialità per Roma e per tutto il Paese. Per quanto riguarda invece la proposta complessiva del PD per il cinema e l’audiovisivo è emerso abbastanza chiaramente un cambiamento in alcuni indirizzi, segno del diverso periodo che stiamo vivendo e probabilmente della maturazione di riflessioni irrimandabili rispetto alle dinamiche in atto in tutto il settore della cultura. C’è da sperare che il cinema cosiddetto “difficile” raggiunga un livello di positiva attenzione e che si ricominci a valorizzare la sperimentazione e a dare spazio ad autori che sono oggi relegati ai margini della produzione nazionale. Per quanto riguarda la conquista della tanto agognata indipendenza espressiva e produttiva occorrerà invece uno scatto in avanti da parte soprattutto degli operatori del settore, perché anche in questa sede si è evidenziata una forte tendenza alla burocratizzazione dei ragionamenti e un deficit profondo di slancio e di fantasia, sintomi chiari di una subalternità ormai endemica anche in un campo che dovrebbe essere portabandiera di autonomia e di libertà. Quel “Su la testa” che campeggiava sullo schermo della Sala Fellini e che è stato il titolo di questo incontro può rappresentare quindi l’esortazione più decisiva per recuperare la dimensione espressiva e imprenditoriale che più che mai serve a un ambiente risucchiato da troppo tempo nei gorghi delle relazioni particolari e dell’invadenza politica.
SteP
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