Albert Camus, in occasione dei suoi frequenti viaggi in Italia (tra il 1940 e il 1955), descriveva in modo estasiato l’incontro con gli abitanti, con le atmosfere, con i paesaggi del nostro Paese, fino al punto di provare pentimento per “gli anni neri e stupidi vissuti a Parigi”.
Pur tra le mille contraddizioni che attraversavano una nazione dilaniata dalla guerra e segnata dalle profonde differenze tra Nord e Sud, egli riusciva a cogliere uno stesso clima di fervore e vicinanza che legava tra loro le genti e i luoghi. Un’atmosfera non solo popolare che in qualche modo identificava un percorso comune e condiviso.

Se Camus ripercorresse oggi le stesse strade che tanto esaltavano il suo spirito, scorgerebbe con difficoltà quel legame forte che al tempo ci permise di rinascere e in molti campi di fare scuola.
C’è un proliferare di bandiere, simboli e varie appartenenze, che restringe la vista e soffoca il pensiero. La nostra disgregazione è l’elemento che più di altri risulta evidente e che deprime.
Così come esiste una frenetica corsa verso il consenso o la telepopolarità, ampie fasce di popolazione tendono all’autoesclusione, organizzandosi in gruppi più o meno omogenei, che convivono in microambienti adeguati alle loro necessità.
Entrambi i gruppi vivono nella spasmodica ricerca del nemico, del pericolo, del diavolo. Il punto di partenza si traduce in parole d’ordine e dogmi integralisti, utili (?) per sconfiggere la destra, per sconfiggere l’Inter, per sconfiggere l’extracomunitario, per sconfiggere l’AIDS.
Sembra quasi che tutto sia governato da una mano invisibile che alla fine fa in modo che le lotte si uniformino nel metodo e svaniscano in un grande calderone.
Lo stesso carattere reazionario di certe iniziative politiche si ritrova facilmente nell’azione di molti centri sociali, e il fattore omologante è tutto nel tribalismo, scelto o indotto, attraverso il quale si limita un territorio e se ne stabiliscono le regole in modo autoritario, sottraendolo a una socialità compiuta e armoniosa.
È indubbio che comunque la si ponga, è tutta una questione legata ai verticismi e decisa dai capi. Vertici intellettualmente deboli e capi incompetenti non possono che scegliere la strada più semplice per continuare a manovrare il timone di una nave alla deriva. Dividere, distrarre e trovare sempre un grande nemico, sono strumenti efficaci per controllare le masse, e una società strutturata in tribù dà a tutti l’illusione di essere al centro di qualcosa.
Sarebbe forse questo il filo invisibile che colpirebbe l’immaginario di Camus.

Eppure, tra le mille isolette inaridite, esiste una percezione comune che potrebbe spingerci a camminare incontro. Una povertà comune, un’ignoranza comune, una disoccupazione comune, una comune precarietà che faranno in modo di trovare una soluzione altrettanto condivisa.

Stefano Pierpaoli

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