Editoriali
La carta svampata
Ogni mattina uno spettatore si sveglia e sa che dovrà correre più veloce di un giornalista per non essere sbranato.
Ogni mattina un giornalista si sveglia e sa di dover correre più veloce dello spettatore per non morire di fame
Perché comprare un giornale se le notizie sono riportate come i post nei social?
Analizzare le patologie del mondo dell’informazione è una chiave efficace per indagare sui modelli che formano i nostri gusti, le tendenze, le abitudini e i criteri di selezione. Senza girarci troppo intorno: abbiamo ceduto alla seduzione del web senza tenere in vita le alternative che ci avrebbero potuto proteggere dalla sua contaminazione.
Proprio la stampa fornisce una serie di spunti interessanti per comprendere appieno il declino che stiamo vivendo. Ai giornalisti serviva un’idea brillante per mantenere un livello accettabile. Invece hanno stimolato la parte elementare dei loro lettori al tempo dei “nuovi formati” e delle “formule innovative” che però non aggiungevano nulla a quelle “vecchie”. Pensavano al mercato senza conoscerlo e provavano ad attrarre clienti senza rinforzare il valore d’acquisto.
Sedurre un acquirente con strategie banali può essere un espediente utile nel breve periodo. Ma è anche un errore puerile: se non cresce la qualità della clientela, nel tempo il prodotto si svaluterà e l’azienda non potrà che fallire.
E il giornalista, che lo vogliamo ammettere o no, è diventato esattamente questo: un mercante che insegue l’audience come preda da consumare per poter sopravvivere.
Nel frattempo però, l’utente si è messo a fare il corrispondente, l’opinion maker, l’influencer. Gli bastano 15 parole (come ai giornali), la foto di un culo o di una spiaggia (come ai giornali) per ottenere pubblico e compiacimento. Al giornalista non restava altro che elevare il valore della sua merce. Difficile ma non impossibile. Studiare e imparare. Esplorare e interpretare meglio e di più. Essere nel mondo di tutti e non nei talk show.
Ma il suo editore non ne sarebbe stato contento, perché i padroni degli editori non amano i popoli colti. E non amano nemmeno i giornalisti con la schiena dritta.
Si è creata così una poltiglia volgare e nauseabonda in cui tutti possono fare tutto. Gli editori garantiscono la vita dei giornali predatori, i giornalisti con amici conduttori partecipano alla giostra delle ospitate a pagamento.
La dignità della clientela dei giornali? Ma dai, chi se ne frega. Non ha più motivo di esistere e il valore aggiunto della merce diventerebbe addirittura un problema. Perciò, meglio mettere in homepage il selfie di Belen e proteggere il posto di lavoro e gli inviti in tv.
Tuttavia, non perdono occasione di frignare contro la terribile minaccia che incombe sulla libertà di stampa. Sì, quella cosa lì, quella che loro stessi hanno svenduto tanto tempo fa.
Fu Leonardo Sciascia nel 1987 a dire che, dal Caso Moro in poi, il conformismo sottomesso aveva ammantato la categoria. Queste le sue parole: “La libertà di stampa in Italia non esiste più. Esiste soltanto la libertà di scrivere quello che piace ai padroni dei giornali”.
Ma frignare è un diritto. E magari fa pure audience.
La terzietà della stampa si è andata a far benedire da decenni, e ora abbiamo figurine schierate che cercano di sostenere i clan della partitocrazia, in un balletto allineato e obbediente.
La fotografia di un ambiente, che si è salvato il culo, è facile da scattare: sono tutti immobili e accucciati.
E i cittadini? Ma esistono i cittadini? Che immagine ingenua. La “gggente” è un indice di ascolto, una percentuale di povertà, un tasso di precarietà. Numeri che fanno comodo soprattutto nel prime time. La “gggente” non esiste. E, a proposito di percentuali, ne basta anche un 50% per orchestrare le prossime elezioni. Un rituale inutile come i giornali, ma almeno è un argomento che tira. Permette ai baroni di riempirsi la bocca di democrazia per una decina di giorni.
I conduttori dei talk show che si presentano come opposizione sono il regalo migliore per la destra che dicono di combattere. Guidano trasmissioni che obbediscono a un modello di destra, usano un linguaggio di destra, costruiscono audience con le logiche della destra. Sarebbero perfetti per il PD.
Quando uno di loro prova a fare il salto – dalle luci dello studio agli scranni del palazzo – diventa la rappresentazione plastica di quello che la stampa è diventata: una vetrina per carriere, non uno strumento di controllo del potere.
Il declino dell’informazione è il risultato di quarant’anni di scelte precise, di cedimenti progressivi, di interessi protetti.
La carta si è svampata perché conveniva così.
E ora che è cenere, ci chiedono di piangere per la libertà di stampa che hanno loro stessi hanno dato alle fiamme.
Stefano Pierpaoli
24 novembre 2025
Stefano Pierpaoli
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