Cinema Città e Comunità Aperta
Cinema Comunità Aperta
Nel pieno di una crisi che ha scoperchiato la fragilità del settore cinematografico italiano, si continua a giocare una partita sterile, burocratica e tutta interna ai palazzi.
L’oggetto del contendere? Il tax credit, come se bastasse parlare (ancora!) di percentuali, tetti massimi e modulazioni per affrontare davvero il collasso di sistema che viviamo.
Questa non è una crisi del credito. È una crisi di pensiero, di visione, di strategia.
Lo conferma anche l’evoluzione degli ultimi accadimenti: il 6 giugno il Ministro Giuli ha convocato alcuni rappresentanti del settore. La modalità con cui questo confronto è stato congegnato, l’assenza di pluralismo, l’esclusione sistematica di molte realtà, ci trasmette la chiara minaccia che non sarà una discussione vera – e potrebbe rivelarsi l’ennesima passerella priva di contenuti significativi.
La questione, per come è stata generalmente affrontata fino a oggi, può essere ridotta alla dicotomia “tax credit sì” e “tax credit no”.
Un simile approccio, ve lo garantisco, non passerà alla storia.
Mentre si rincorrono cifre e bandi, si dimentica che il cinema è, prima di tutto, un atto culturale. Un gesto identitario. Un linguaggio.
Il cuore più pulsante, vulnerabile e creativo di questo sistema – il cinema indipendente – sta morendo nel silenzio, schiacciato tra ipocrisie politiche e assenza di visione.
Se il totem del tax credit non sarà riformato, il cinema indipendente avrà perso.
Se il totem del tax credit verrà modificato, magari riportandolo all’assetto precedente, avrà perso lo stesso.
Sorprende – e addolora – che questo concetto fatichi a essere compreso.
Senza interventi di visione, strutturali e strategici, capaci di garantire identità, coesione e trasparenza, la “riforma riformata” sarà poco più che materiale da selfie sui social. Ci sarà poco da brindare.
Lo abbiamo detto. Lo abbiamo scritto. Lo avevamo proposto con forza e responsabilità.
Con il Manifesto del Cinema Indipendente (https://www.forumnologo.it/il-manifesto-del-cinema-indipendente/), abbiamo tracciato una rotta possibile: un’idea di cinema come spazio aperto, libero, non piegato a logiche di mercato né strumentalizzabile da appartenenze ideologiche.
Lo abbiamo fatto con onestà intellettuale e in aperto dialogo con tutti.
In una qualche misura siamo stati marginalizzati. Perché?
- Perché non apparteniamo a nessun clan. Né a quello delle grandi produzioni, né a quello delle opposizioni rumorose ma impaurite.
- Perché abbiamo chiesto responsabilità. Abbiamo chiesto che si pensasse il cinema, prima ancora di volerlo finanziare.
- Perché siamo liberi. E la libertà, oggi, nel cinema italiano, fa paura.
Diciamolo chiaramente:
senza una ridefinizione del ruolo del cinema indipendente,
senza una proposta culturale forte,
senza un rinnovato patto con il pubblico e con le nuove generazioni,
tutto il resto è teatro dell’assurdo. Anzi, un teatrino della retorica.
Lottiamo per arrivare a un CINEMA COMUNITÀ APERTA.
Un cinema che non subisca i bombardamenti incondizionati da parte dei potentati.
Che non sia sottoposto a rastrellamenti e repressioni.
Un cinema che non si arrende alla logica delle rendite di posizione.
Che non chiede elemosina, ma diritti.
Che non si chiude nei salotti, nelle chat e nei social, ma abita i luoghi del confronto vero e coraggioso.
Che non aspetta bandi, ma propone visioni.
Chi non capisce questo, è parte del problema.
Invitiamo tutte le figure lucide, oneste e ancora capaci di pensare il cinema, a tornare al centro del dibattito.
A prendere in mano il Manifesto del Cinema Indipendente. A discuterlo, arricchirlo, rilanciarlo.
Se non va bene, che venga rivoluzionato.
Se qualcuno vuole una primogenitura, se la prenda.
Se in tanti hanno paura di sottoscriverlo, che scrivano in segreto che – malgrado tutto – sono d’accordo (lo hanno già fatto in tanti).
O anche che non scrivano niente e restino in disparte.
Perché il tempo dei comunicati indignati è finito.
È ora di progettare.
E per farlo, bisogna avere il coraggio di disallinearsi dal pensiero unico e tornare dentro la realtà.
Roma era città aperta, anche sotto le bombe.
Il nostro cinema deve tornare a esserlo, anche sotto le ceneri.
Stefano Pierpaoli
3 giugno 2025
Due parole sul Ministro Giuli
Per la prima volta, da molto tempo, c’è una figura che non appartiene a rigidi cliché di nomina (Sangiuliano) e non esprime il grigiore burocratico di figure come Franceschini.
Al di là delle appartenenze e dei meriti del suo operato, non si può ignorare che egli esprima una personalità dai tratti disomogenei e perfino eretici rispetto al consueto piattume.
È bene ricordare che un Ministro – così come un Assessore – che dirigono il comparto culturale, devono possedere un’impronta eretica, destabilizzante, provocatoria. Devono mettere in contraddizione il sistema e per una volta, possiamo forse contare su una personalità capace di generare qualche crepa nell’assetto consolidato.
Chi si limita a deriderne l’eloquio, manifesta una superficialità sommaria che può andar bene per l’esercizio della satira, ma rischia di trascurare l’aspetto di possibile innovazione di rapporto che Giuli potrebbe introdurre nella gestione culturale istituzionale.
SP
📚 Lettura consigliata
Cinema e Potere
Leggere la propaganda nella storia del cinema di Hollywood
di Federico Greco
Un’analisi critica del soft power hollywoodiano attraverso undici puntate che svelano come il cinema sia diventato una sofisticata macchina del consenso.





