ConsequenzeIl silenzio romano, pesante e prolungato sui temi che riguardano le politiche per la cultura, arriva da lontano. È l’inerzia prodotta da quel periodo sciagurato in cui l’offerta divenne verticale modificando i rapporti che determinavano la partecipazione di cittadini e territorio.
Le sale bingo ingoiavano i cinema di quartiere e gli eventi si impossessavano della programmazione che divenne sempre più subalterna, autoreferenziale e utilitaristica. Bandiere da consenso che sempre più si allontanavano da ciò che invece deve essere garantito da un percorso culturale collettivo soprattutto in una grande città come Roma.
Si è generato in tal modo uno strano legame simbiotico tra politica/istituzioni da una parte e operatori/associazioni dall’altra. In questo labirinto di dipendenze procedurali e di perdita d’identità, ambedue hanno sviluppato la convinzione di non poter fare e meno dell’altro in un ambito sempre più definito nella promozione di se stessi in un contesto elettorale o in quello del reperimento delle risorse. Su quel cordone ombelicale, abbastanza perverso, non c’era nessuno spazio la programmazione a lungo termine e neanche per scegliere modelli in grado di valorizzare le attività proposte, soprattutto nelle periferie.

Il trionfo di questa assenza di visione e di responsabilità si compie con la nomina dell’Assessora Marinelli, che ha incarnato ed espresso tutte le degenerazioni del Modello Romano: sostegno alle centralità, privilegi alle entità accreditate, esaltazione dell’evento senza programmazione, depotenziamento delle realtà periferiche. Il Bando di Capodanno, con cui si è chiusa la sua disgraziata esperienza, è il simbolo di questa visione e anche del suo fallimento.
Gli indirizzi culturali sono la sostanza più autentica della proposta politica ed è su questo tema che si costruisce la prospettiva reale della comunità, anche in termini economici. Il motivo dell’attuale sconcertante silenzio è tutto lì: se la politica non ha una visione sul futuro della Città non può che restare muta e reticente sull’architettura culturale che ne disegni i percorsi. Un’architettura che non può tuttavia attendere altro tempo e deve essere ricostituita nella direzione dell’innovazione e dell’intervento sociale.
Su quella verticalità si è instaurato un reticolato di clientele e sul terreno reso arido dall’assenza di programmazione si sono diffuse prassi in cui furbizie e privilegi hanno soffocato molto spesso lo sforzo quotidiano di centinaia di realtà che lavorano sul territorio.

Serve quindi un’azione di sistema per stimolare e sostenere il mondo che si sente abbandonato, e di fatto lo è sempre di più, garantendogli autonomia e opportunità di crescita.
È urgente sviluppare una programmazione sul medio e lungo periodo per percorsi culturali diversificati in cui intervenga un’offerta ampia e coinvolgente. Bisogna creare strumenti che oltre al finanziamento pubblico possano attrarre capitale privato e nuove forme di accesso al credito. Vanno valorizzati gli spazi nell’ordine della regolarità e della stabilità di ciò che si produce al loro interno. È essenziale dare più visibilità e partecipazione agli appuntamenti culturali grazie a una comunicazione più incisiva che oltre alla promozione delle iniziative sappia ricostituire una relazione vivace e attiva con la popolazione.
E infine, last but not least, sfruttare al massimo e promuovere l’innovazione tecnologica e gli strumenti che essa mette a disposizione.

Se per alcuni di questi obiettivi la strada è già tracciata nella formulazione stessa della proposta, per taluni aspetti il progetto di realizzazione è frutto del confronto in atto tra gli operatori del settore che devono oggi valutare le potenzialità e i traguardi alla luce di uno scenario modificato negli assetti e nelle pratiche di approccio. Un passaggio indispensabile che deve essere affrontato con una mentalità nuova.
Dall’assenza della politica e dalla conseguente dittatura della burocrazia ci si può liberare solo sostituendo i tanti “io” che per istinto di sopravvivenza o egoismo si concentrano sull’interesse specifico e trasformarli in un “noi” che impone la realizzazione di nuovi equilibri e di nuove forme di proposta.

SteP
6 aprile 2016

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