Geopolitica, guerre e futuro
Il laboratorio Ucraina
Quando la pace diventa gerarchia
Il ritorno del Board
Quattro mesi dopo aver presentato il suo “Board of Peace” per Gaza – quel teatro osceno dove Tony Blair avrebbe dovuto amministrare le macerie palestinesi come un condominio aziendale – Donald Trump torna sulla scena con una nuova proposta di pacificazione. Questa volta il territorio è l’Ucraina, il documento conta 28 punti invece di 20, ma la grammatica di fondo è identica: la pace non come negoziato tra eguali, ma come amministrazione dall’alto di una sovranità progressivamente svuotata.
Come scrivevo per Gaza: “Non è la pace. È l’inizio di un’epoca in cui territori interi saranno amministrati come aziende in ristrutturazione, con manager esterni, obiettivi di performance, sistemi di monitoraggio.” L’Ucraina di Trump conferma quella previsione: un sistema dove la pace stessa diventa strumento di gerarchizzazione globale, e i principi democratici vengono sacrificati sull’altare del realismo geopolitico.
La lista dei 28 punti
- La sovranità dell’Ucraina sarà confermata.
- Sarà concluso un accordo globale di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa. Tutte le ambiguità rimaste in sospeso negli ultimi 30 anni saranno considerate risolte.
- Si prevede che la Russia non invaderà i paesi vicini e che la NATO non si espanderà ulteriormente.
- Sarà avviato un dialogo tra la Russia e la NATO, con la mediazione degli Stati Uniti, al fine di risolvere tutte le questioni relative alla sicurezza e creare le condizioni per una distensione.
- L’Ucraina riceverà garanzie di sicurezza affidabili.
- Le forze armate ucraine saranno limitate a 600.000 militari.
- L’Ucraina accetta di inserire nella sua costituzione che non aderirà alla NATO, e la NATO accetta di includere nel suo statuto una disposizione che specifica che l’Ucraina non sarà integrata in futuro.
- La NATO accetta di non schierare truppe in Ucraina.
- Gli aerei da combattimento europei saranno basati in Polonia.
- Gli Stati Uniti riceveranno un compenso per la garanzia di sicurezza. Se l’Ucraina invaderà la Russia, perderà tale garanzia. Se la Russia invaderà l’Ucraina, oltre a una risposta militare coordinata e decisiva, saranno ripristinate tutte le sanzioni globali, il riconoscimento del nuovo territorio e tutti gli altri vantaggi di questo accordo saranno revocati. Se l’Ucraina lancerà un missile su Mosca o San Pietroburgo senza una valida ragione, la garanzia di sicurezza sarà considerata nulla e non valida.
- L’Ucraina è idonea all’adesione all’UE e beneficerà di un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre la questione è allo studio.
- Un potente pacchetto globale di misure per ricostruire l’Ucraina, che include la creazione di un Fondo di sviluppo per l’Ucraina, la ricostruzione delle infrastrutture del gas ucraine, la riabilitazione delle zone colpite dalla guerra, lo sviluppo di nuove infrastrutture e la ripresa dell’estrazione di minerali e risorse naturali, il tutto accompagnato da un programma di finanziamento speciale elaborato dalla Banca Mondiale.
- La Russia sarà reintegrata nell’economia mondiale, con discussioni previste sulla revoca delle sanzioni, la reintegrazione nel G8 e la conclusione di un accordo di cooperazione economica a lungo termine con gli Stati Uniti.
- 100 miliardi di dollari di beni russi congelati saranno investiti in progetti guidati dagli Stati Uniti per ricostruire e investire in Ucraina, con gli Stati Uniti che riceveranno il 50% dei profitti dell’iniziativa. L’Europa aggiungerà 100 miliardi di dollari per aumentare l’importo degli investimenti disponibili per la ricostruzione dell’Ucraina. I fondi europei congelati saranno sbloccati e il resto dei fondi russi congelati sarà investito in un veicolo di investimento americano-russo separato.
- Sarà istituito un gruppo di lavoro congiunto americano-russo sulle questioni di sicurezza al fine di promuovere e garantire il rispetto di tutte le disposizioni del presente accordo.
- La Russia sancirà per legge la sua politica di non aggressione nei confronti dell’Europa e dell’Ucraina.
- Gli Stati Uniti e la Russia concorderanno di prorogare la validità dei trattati sulla non proliferazione e il controllo delle armi nucleari, compreso il trattato START I.
- L’Ucraina accetta di non essere uno Stato dotato di armi nucleari in conformità con il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari.
- La centrale nucleare di Zaporijjia sarà messa in funzione sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e l’elettricità prodotta sarà distribuita in parti uguali tra Russia e Ucraina al 50%.
- I due paesi si impegnano ad attuare programmi educativi nelle scuole e nella società volti a promuovere la comprensione e la tolleranza reciproca.
- La Crimea, Lugansk e Donetsk saranno riconosciute come regioni russe de facto, anche dagli Stati Uniti. Kherson e Zaporijjia saranno congelate lungo la linea di contatto, il che significherà un riconoscimento de facto lungo tale linea. La Russia rinuncerà agli altri territori che controlla al di fuori delle cinque regioni. Le forze ucraine si ritireranno dalla parte della regione di Donetsk che attualmente controllano, che sarà poi utilizzata per creare una zona cuscinetto.
- Dopo aver concordato le future disposizioni territoriali, la Federazione Russa e l’Ucraina si impegnano a non modificare tali disposizioni con la forza. In caso di violazione di tale impegno non si applicherà alcuna garanzia di sicurezza.
- La Russia non impedirà all’Ucraina di utilizzare il Dnepr per scopi commerciali e saranno conclusi accordi sul libero trasporto di cereali attraverso il Mar Nero.
- Sarà istituito un comitato umanitario per risolvere le questioni relative allo scambio di prigionieri, alla restituzione delle salme, al ritorno degli ostaggi e dei detenuti civili, e sarà attuato un programma di ricongiungimento familiare.
- L’Ucraina organizzerà le elezioni entro 100 giorni.
- Tutte le parti coinvolte in questo conflitto beneficeranno di un’amnistia totale per le loro azioni durante la guerra e si impegneranno a non avanzare alcuna richiesta di risarcimento né a presentare alcuna denuncia in futuro.
- Il presente accordo sarà giuridicamente vincolante. La sua attuazione sarà controllata e garantita dal Consiglio di pace, presieduto dal presidente Donald J. Trump. In caso di violazione saranno imposte sanzioni.
- Una volta che tutte le parti avranno accettato il presente memorandum, il cessate il fuoco entrerà in vigore immediatamente dopo il ritiro delle due parti nei punti concordati per dare inizio all’attuazione dell’accordo.
La questione che nessuno vuole affrontare
Prima di analizzare i 28 punti, c’è una verità scomoda: la NATO è un’alleanza militare ed è una proiezione armata dell’atlantismo sotto guida americana. La Russia, con tutti i suoi autoritarismi e le sue responsabilità nell’aggressione, può legittimamente rivendicare un’esigenza di sicurezza: non avere missili americani a pochi chilometri dai propri confini. Lo stesso principio che gli Stati Uniti invocarono durante la crisi di Cuba nel 1962.
Il problema è che questo dibattito non può esistere. Nel discorso pubblico occidentale, ogni riferimento alle ragioni di sicurezza russe viene bollato come complicità con l’aggressore.
Ma una pace vera richiederebbe proprio di riconoscere le esigenze reciproche, non di negarle in nome di un manicheismo che serve solo a perpetuare il conflitto.
I 28 punti cercano di farlo, questo riconoscimento. Il punto 7 impone all’Ucraina di inserire nella propria Costituzione il divieto di aderire alla NATO. Ma non lo fa attraverso un negoziato tra pari: lo impone come condizione, gestita da un “Consiglio di pace” presieduto da Trump, trasformando una legittima esigenza di sicurezza russa in strumento di dominio americano su entrambe le parti.
Sovranità condizionata e storia rimossa
“La sovranità dell’Ucraina sarà confermata” dichiara il punto 1. Ma cosa significa quando il punto 6 limita le forze armate ucraine a 600.000 militari, il punto 7 impone clausole costituzionali, il punto 20 detta persino i contenuti dei programmi scolastici? Quando questi ambiti sono definiti da un Consiglio esterno presieduto da una potenza straniera, non stiamo parlando di sovranità ma di protettorato.
Il punto 21 riconosce de facto Crimea, Lugansk e Donetsk come russe, congela Kherson e Zaporižžja lungo la linea di contatto. È vero: il principio che i rapporti di forza diventino criterio per ridisegnare confini è devastante. Ma bisogna avere il coraggio di guardare anche all’altra parte della storia: le forzature occidentali nel processo democratico ucraino intorno al 2014, l’appoggio a Euromaidan, le pressioni per un’adesione rapida alla sfera NATO-UE, l’ignorare sistematicamente le preoccupazioni della popolazione russofona dell’est.
L’aggressione militare russa del 2022 resta un crimine. Ma se vogliamo capire come siamo arrivati qui, dobbiamo riconoscere che anche l’Occidente ha giocato con la sovranità ucraina, trattandola come pedina nel contenimento russo. Ora Trump, assediato dai problemi interni, chiude la partita istituzionalizzando il caos: territorializza i rapporti di forza, li cristallizza in “zone congelate”, e ci costruisce sopra un apparato permanente di amministrazione.
Il grande affare: chi guadagna dalla pace?
Eccoci al punto che collega Gaza e Ucraina nel modo più brutale: la ricostruzione post-conflitto come opportunità di business per le potenze vincitrici.
Il punto 14 ha una chiarezza indecente: 100 miliardi di dollari di beni russi congelati saranno investiti in progetti guidati dagli Stati Uniti, con gli USA che riceveranno il 50% dei profitti. Non è aiuto umanitario, è investimento con rendimento garantito. L’Europa aggiungerà altri 100 miliardi. La “ricostruzione” diventa una joint venture dove il territorio devastato è il campo di profitto, e il popolo locale la manodopera. Era esattamente la logica di Gaza.
Il dettaglio più rivelatore: mentre l’Ucraina viene ricostruita con i suoi stessi soldi congelati (più il prestito europeo da restituire per generazioni), la Russia viene “reintegrata nell’economia mondiale” (punto 13), riammessa nel G8, liberata dalle sanzioni. Mosca ottiene cooperazione economica con Washington, Kiev ottiene debito strutturale e costituzione vincolata.
Questo è il cuore del nuovo ordine: gestione condivisa della spartizione. Russia e Stati Uniti si riconoscono come pari, potenze nucleari che negoziano da posizioni di forza, mentre l’Ucraina diventa oggetto della negoziazione, non soggetto di prospettiva democratica.
Il silenzio dei popoli
La simmetria più inquietante tra Gaza e Ucraina sta in ciò che manca: la voce dei popoli coinvolti. Nel piano Gaza non c’era nessun palestinese con potere decisionale. Qui non c’è traccia di come il popolo ucraino parteciperà a queste decisioni. Il punto 25 prevede “elezioni entro 100 giorni”, ma solo dopo che tutto è già stato deciso e costituzionalizzato.
Zelensky appare sugli schermi sempre meno come rappresentante della volontà ucraina e sempre più come funzionario di un ordine deciso altrove. Questa è la mutazione antropologica del potere contemporaneo: i popoli scompaiono dal proprio destino.
Nel 2025, i principi democratici fondamentali vengono sistematicamente sacrificati sull’altare del “realismo”. Ci viene detto: meglio una pace imperfetta che una guerra infinita. Vero. Ma questi compromessi dovrebbero essere temporanei, tappe verso normalizzazione democratica. Invece vengono costituzionalizzati, resi permanenti, trasformati in architettura istituzionale. Non sono concessioni momentanee per fermare le armi: sono la struttura definitiva del dopoguerra.
Ed è questo il tradimento: non si usa il realismo per salvare vite e poi ricostruire democrazia. Si usa la necessità della pace per imporre un modello dove la democrazia diventa optional, un lusso che territori “problematici” devono guadagnarsi dimostrando di essere stabili, controllabili, profittevoli.
Il satellite italiano
C’è una domanda che noi italiani dovremmo porci con urgenza: dove siamo in tutto questo? La risposta è scomoda: stiamo diventando sempre più un satellite passivo degli Stati Uniti. Non alleati con margini di autonomia, ma esecutori di decisioni prese altrove.
Non abbiamo una politica estera, abbiamo un riflesso condizionato: Washington decide, Roma esegue. La nostra classe dirigente, per il proprio tornaconto, ha interiorizzato l’idea che l’Italia non possa avere una posizione autonoma, che il nostro interesse nazionale coincida automaticamente con quello americano.
Quando Trump presenta i suoi 28 punti, non ci chiediamo: questo serve alla pace? Serve alla democrazia? Ci chiediamo solo: come dimostriamo di essere partner affidabili? Questa subalternità ci rende complici di un ordine internazionale dove la forza conta più del diritto, dove i popoli non hanno voce, dove la democrazia è negoziabile.
L’Italia potrebbe dire: sì alla pace, ma non a qualsiasi condizione. Sì ai compromessi, ma non alla cancellazione della sovranità popolare. Invece aspettiamo di sapere cosa vuole Washington per accodarci. Quando domani altri “laboratori” verranno aperti, noi italiani non potremo dire di non sapere. Dedicherò un prossimo articolo a come l’Italia sta perdendo sovranità mentre finge di difenderla.
Il modello che si replica
Gaza è stato il prototipo per territori “problematici” in Medio Oriente. L’Ucraina diventa il modello per conflitti congelati in Europa orientale. La struttura è sempre la stessa: conflitto prolungato, proposta di pace pragmatica, cessione di sovranità mascherata da garanzie, ricostruzione come investimento per le potenze vincitrici, organi permanenti di controllo.
Il tentativo mediaticamente espresso è che tutto questo equivalga a progresso e superamento dei vecchi nazionalismi in quanto realismo necessario. Ma è il contrario.
Far credere che si possa costruire stabilità duratura svuotando di senso la sovranità popolare è una terrificante manipolazione. Territori amministrati come protettorati alimenteranno nuovi risentimenti, nuove esplosioni, nuovi cicli di violenza.
La vera ipocrisia è invocare la democrazia come valore fondante dell’Occidente, per poi sacrificarla sistematicamente ogni volta che risulta scomoda agli interessi geopolitici delle grandi potenze.
AGGIORNAMENTO: Il piano europeo in 24 punti (23 novembre 2025)
Piano “europeo”
- Fine della guerra e accordi per garantire che non si ripeta, per stabilire una base permanente per una pace e una sicurezza durature.
- Entrambe le parti in conflitto si impegnano a un cessate il fuoco completo e incondizionato in cielo, terra e mare.
- Entrambe le parti avviano immediatamente negoziati sull’attuazione tecnica del monitoraggio del cessate il fuoco con la partecipazione degli Stati Uniti e dei Paesi europei.
- Viene introdotto il monitoraggio internazionale del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti da parte dei partner dell’Ucraina. Il monitoraggio sarà prevalentemente remoto, utilizzando satelliti, droni e altri strumenti tecnologici, con una componente flessibile a terra per indagare sulle presunte violazioni.
- Verrà creato un meccanismo attraverso il quale le parti potranno presentare segnalazioni di violazioni del cessate il fuoco, indagare sulle violazioni del cessate il fuoco e discutere misure correttive.
Questioni umanitarie e misure di rafforzamento della fiducia
- La Russia rimpatrierà incondizionatamente tutti i bambini ucraini deportati e sfollati illegalmente. Il processo sarà supportato dai partner internazionali.
- Le parti in conflitto scambiano tutti i prigionieri di guerra (con il principio del «tutti per tutti»). La Russia rilascia tutti i detenuti civili.
- Una volta garantito il mantenimento del cessate il fuoco, le parti in conflitto adottano misure di soccorso umanitario, comprese le visite ai familiari lungo la linea di contatto.
Sovranità e garanzie di sicurezza
- La sovranità dell’Ucraina è rispettata e riconfermata. L’Ucraina non è costretta a rimanere neutrale.
- L’Ucraina riceve solide garanzie di sicurezza giuridicamente vincolanti, anche dagli Stati Uniti (accordo simile all’articolo 5 della Nato) per prevenire future aggressioni.
- Nessuna restrizione imposta alle Forze di Difesa ucraine e all’industria della difesa, inclusa la cooperazione internazionale.
- Gli Stati garanti saranno un raggruppamento ad hoc di Paesi europei e Paesi extraeuropei disponibili. L’Ucraina è libera di decidere sulla presenza, le armi e le operazioni delle forze amiche invitate dal governo ucraino sul suo territorio.
- L’adesione dell’Ucraina alla Nato dipende dal consenso all’interno dell’Alleanza.
- L’Ucraina diventa così membro dell’Ue.
- L’Ucraina è pronta a rimanere uno stato non nucleare nell’ambito del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (Tnp).
Territorio
- Le questioni territoriali saranno discusse e risolte dopo un cessate il fuoco completo e incondizionato.
- I negoziati territoriali partono dall’attuale linea del fronte.
- Una volta concordate le questioni territoriali, sia la Russia che l’Ucraina si impegnano a non modificarle con la forza.
- L’Ucraina riprende il controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia (con il coinvolgimento degli Stati Uniti) e della diga di Kakhovka. Verrà istituito un meccanismo di trasferimento del controllo.
- L’Ucraina gode di passaggi senza ostacoli sul fiume Dnipro e del controllo della spaccatura del Kinburn.
Economia, ripresa e riparazioni
- L’Ucraina e i suoi partner attuano una cooperazione economica senza restrizioni.
- L’Ucraina sarà completamente ricostruita e risarcita finanziariamente, anche attraverso i beni sovrani russi che rimarranno congelati fino a quando la Russia non risarcirà i danni subiti dall’Ucraina.
- Le sanzioni imposte alla Russia dal 2014 potrebbero essere soggette a un graduale e parziale allentamento dopo il raggiungimento di una pace sostenibile. Tali sanzioni possono essere reintrodotte in caso di violazione dell’accordo di pace.
Architettura di sicurezza europea
- Inizieranno colloqui separati sull’Architettura di sicurezza europea, che includeranno tutti gli Stati dell’Osce.
La controproposta europea: troppo tardi, troppo debole
Nelle stesse ore in cui questo articolo veniva pubblicato, in Svizzera veniva presentato un piano europeo in 24 punti che si posiziona come alternativa a quello trumpiano. Le differenze sono rivelatrici di quanto drammatica sia la frattura atlantica.
Dove Trump imponeva clausole costituzionali permanenti, il piano europeo al punto 9 afferma esplicitamente: “L’Ucraina non è costretta a rimanere neutrale”. Dove i 28 punti americani limitavano le forze armate ucraine a 600.000 unità, il punto 11 europeo stabilisce: “Nessuna restrizione imposta alle Forze di Difesa ucraine”. Dove Trump offriva un “Consiglio di pace” presieduto da lui stesso, l’Europa propone al punto 13: “L’adesione dell’Ucraina alla Nato dipende dal consenso all’interno dell’Alleanza” – lasciando la porta aperta.
Ma la differenza più netta riguarda i territori. Il piano Trump riconosceva de facto Crimea, Lugansk e Donetsk come russe. Il piano europeo al punto 16 rimanda la questione: “Le questioni territoriali saranno discusse e risolte dopo un cessate il fuoco completo”. È una non-soluzione, certo. Ma è una non-soluzione che non legittima l’occupazione.
E poi c’è il punto 22, che suona come uno schiaffo ai 100 miliardi americani con rendimento garantito al 50%: “L’Ucraina sarà completamente ricostruita e risarcita finanziariamente, anche attraverso i beni sovrani russi che rimarranno congelati fino a quando la Russia non risarcirà i danni”. Non investimenti con profitto, ma riparazioni con i soldi dell’aggressore.
Sarebbe facile concludere: ecco, l’Europa difende finalmente la democrazia contro l’imperialismo trumpiano. Ma sarebbe ingenuo. Perché questi 24 punti arrivano dopo tre anni di silenzio europeo, dopo aver seguito docilmente Washington in ogni escalation, dopo aver dimostrato totale incapacità di mediazione autonoma.
Sono punti scritti non per vincere la negoziazione, ma per non scomparire dalla scena. Per poter dire, quando Trump e Putin avranno chiuso l’accordo tra loro: “Noi avevamo proposto altro”. È diplomazia dell’alibi, non della sostanza.
E infatti la vera domanda è: quale dei due piani ha più probabilità di essere implementato? Quello europeo che chiede tutto (sovranità piena, nessuna limitazione militare, risarcimenti russi) senza avere la forza per imporlo? O quello trumpiano che offre meno ma ha dietro il potere effettivo degli Stati Uniti e la volontà russa di negoziare con Washington, non con Bruxelles?
La tragedia è che questa divergenza tra piani non testimonia una ritrovata autonomia europea. Testimonia l’irrilevanza europea. Perché quando le trattative vere inizieranno, non sarà tra i 28 punti americani e i 24 punti europei che si troverà il compromesso. Sarà tra Washington e Mosca, con Kiev che esegue e Bruxelles che protesta debolmente.
E l’Italia? Anche qui, nel mezzo. Troppo atlantista per sostenere davvero il piano europeo, troppo europea per abbracciare apertamente quello trumpiano. Aspetteremo di vedere chi vince, per accodarci al vincitore. Come sempre.
Posizione pericolosa nei disequilibri europei e minacciosa per il Paese.
L’ennesimo naufragio
Autunno 2025. Tre anni di guerra in Ucraina, centinaia di migliaia di morti, intere città rase al suolo. La soluzione proposta: un accordo dove il popolo ucraino è oggetto, non soggetto. Dove la sovranità è concessione revocabile, non diritto inalienabile. Dove la ricostruzione arricchisce chi non ha combattuto e vincola chi ha resistito.
Fermare la guerra è urgente. La pace richiede compromessi. Ma quali? Chi decide quali principi sono negoziabili? In questo, un’Europa coesa e fedele alla sua tradizione politica e filosofica avrebbe potuto giocare un ruolo decisivo. Il suo silenzio ipocrita ha invece testimoniato il suo declino inarrestabile.
Nel 2025 dovrebbe essere chiaro che la democrazia – come pratica di autodeterminazione popolare – non può essere il prezzo da pagare per la stabilità. Perché una stabilità costruita sulla negazione della sovranità popolare non è stabilità: è repressione congelata, conflitto rimandato, violenza differita.
Gaza e Ucraina sono unite da un filo rosso: la dimostrazione che il potere contemporaneo ha smesso di mascherare le proprie intenzioni. Si può dire apertamente: noi decidiamo, voi eseguite. Chiamiamo questo ordine “pace”, e chi lo rifiuta sceglie la guerra.
Quello che emerge è la conferma di una strategia precisa: la guerra permanente come strumento di negoziazione geopolitica. Non la guerra da vincere o perdere, ma da gestire, modulare, mantenere a un livello di intensità funzionale agli interessi delle potenze dominanti.
Che sia vissuta sotto i bombardamenti di Kiev o di Gaza, o nei contesti algoritmici della corsa all’intelligenza artificiale dove si combatte per il controllo dei dati e delle infrastrutture digitali, la logica è identica: creare stati di eccezione permanente dove le regole ordinarie – democrazia, diritto internazionale, sovranità popolare – vengono sospese in nome dell’emergenza.
E l’emergenza, quando diventa strutturale, cessa di essere un’eccezione per diventare il nuovo ordine. Un ordine dove la pace è solo un’altra forma di guerra continuata con altri mezzi.
Stefano Pierpaoli
23 novembre 2025
Stefano Pierpaoli
IL FUTURO PILOTATO
Il potere contemporaneo tra algoritmi e oligarchie
“Il Futuro Pilotato” è il risultato di anni di osservazione critica dei processi contemporanei. Un’analisi interdisciplinare che connette ciò che viene solitamente trattato in modo frammentario: dalla geopolitica dell’interdipendenza al dominio algoritmico, dalle oligarchie finanziarie all’erosione democratica. In uscita a novembre 2025
Mario Pascale Editore • Novembre 2025





