“Il pubblico è un numero bombardato da numeri.”
H. M. McLuhan

La capacità di inclusione culturale è il termometro del livello di civiltà di una nazione.
Il desiderio di conoscere, e quindi di emanciparsi e quindi di volare più in alto, ha caratterizzato intere generazioni ma potremmo dire che ha segnato la storia stessa dell’umanità.
Se un popolo non avverte l’esigenza di essere protagonista di processi culturali sani e socialmente produttivi vuol dire che su quelle persone è stato fatto un lavoro di oscuramento e chiusura mentale.
Vuol dire che un processo culturale è evidentemente stato messo in atto, ma solo per depotenziare il pensiero critico e limitare gli spazi di libertà dei cittadini.

La cultura non è solo buona. La cultura può essere un’arma devastante se messa in mano alle persone sbagliate. Ne abbiamo numerosi esempi nel corso della storia anche recente.
Grazie al pilotaggio di offerte culturali che appiattiscano i bisogni, indirizzino le scelte e quindi i consumi, si ottiene una disarticolazione degli assetti sociali che allontana la consapevolezza del valore-diritto.
Una società da ammaestrare e da dirigere in modo autoritario deve subire prima un raggruppamento attraverso l’omologazione e la massificazione dei bisogni e delle paure. Poi deve essere catalogata e suddivisa per aggregati omogenei. Una volta frammentata in categorie specifiche può essere controllata facilmente.

I diritti universali sono rimasti al massimo sui titoli dei grandi trattati. Si fa invece un gran parlare dei diritti di categoria perché consentono una trattativa più elementare e garantiscono un facile consenso fatto di numeri rappresentabili.
Una società determinata da questi fattori di dominio può essere raccontata solo usando i numeri. Bastano i numeri per descrivere e riprodurre dinamiche sociali e tendenze complessive. Percentuali e indici.
Non serve una narrazione. Basta molto meno e con la propaganda ci si riesce senza sforzo.

La semplificazione della produzione e della fruizione culturale hanno giocato il ruolo principale in questo processo di appiattimento e disabilitazione sociale.
Negli ultimi 40 anni è stato sgretolato un immenso patrimonio con cui si alimentava l’esperienza culturale in quanto conoscenza, capacità di interpretazione della realtà, ampliamento della progettazione esistenziale individuale e collettiva.

Riunire le masse in contenitori nei quali si vendono prodotti culturali consente di concentrare gruppi uniformi e renderli organici a un modello di consumo. Radunare persone in un evento culturale trasmette facilmente l’illusione dell’appartenenza e della condivisione. Questo consente nello stesso tempo, a chi detiene il controllo di quell’offerta, una facile identificazione di contesti e orientamenti. Facile perché si tratta in realtà di una semplice verifica di mercato.

Un’offerta culturale così prodotta fornisce una percezione dell’inclusione ma in realtà esclude, frammenta, allontana. Determina distanziamento sociale perché si pone alla base dell’ingiustizia sociale e ne stabilisce le regole capovolgendo i valori. Ciò che è cattivo diventa buono e in tal modo legittima il lavoro sporco delle classi dirigenti facendolo diventare pulito. Nel migliore dei casi annienta la capacità di indignazione e di protesta perché rende culturalmente “eventi” anche questi sentimenti e li trasforma in fenomeni di autorepressione. (https://www.consequenze.org/lultima-repressione/  29/09/2009)

Ecco perché la capacità d’inclusione culturale diventa il principale indicatore del nostro livello di civiltà e della qualità stessa delle nostre esistenze, delle nostre relazioni e delle opportunità di cui possiamo godere.
Ascoltiamo spesso, da varie categorie autodefinite, il termine “cultura” utilizzato per portare avanti controversie (di categoria, appunto) con il potere costituito. È una volgarizzazione strumentale e disetica che accresce la distanza tra missione e ruolo. Affermare ad esempio che il cinema è cultura dovrebbe presupporre una consapevolezza acquisita su “quale cinema” e “quale cultura”. Dovrebbe essere la risultante di un lavoro svolto i cui effetti sono evidenti e accertati. Nella migliore delle ipotesi dire una cosa del genere è una manifestazione di ingenuità. Sulla peggiore è meglio glissare.

Il cinema in quanto tale non è cultura così come non lo è, se nominati nella stessa accezione, il teatro, la musica, il museo.
La cultura è ciò che queste e altre esperienze, comprese quelle non espressamente culturali, generano nelle nostre comunità in funzione della qualità dell’ambiente, del lavoro, della giustizia, dell’istruzione e di tutti i fattori di crescita e di benessere di cui abbiamo diritto.

Anche la qualità delle nostre classi dirigenti dipende dalla cultura. Dalla buona cultura.
Chi ha deciso le politiche culturali negli ultimi decenni aveva il solo scopo di alimentare la propria rete di consenso oppure lo ha fatto in accordo con i grandi gruppi dominanti e in tal modo ha mercificato la produzione culturale. In tal modo ha privato la popolazione di molti strumenti di autorappresentazione e di autodeterminazione generando un drammatico aumento delle diseguaglianze a partire dalle categorie più esposte. Ce lo dicono i dati relativi ai diritti di cui sopra e al livello intellettuale di chi siede in parlamento e nei consigli d’amministrazione dell’impresa privata. Il loro perverso successo è quello di aver raggiunto un potere smisurato e totalmente separato dal popolo e dai sui veri bisogni. Soprattutto dai bisogni delle persone più deboli.

Per tutti noi costituisce uno spaventoso fallimento in termini di diritti, memoria e identità ed è un processo di degenerazione che non possiamo continuare a subire.

All’Italia serve un progetto culturale concreto, efficace e lontano dalle logiche del mercato.
La cultura deve diventare un grande motore di stimoli positivi in grado di coinvolgere attivamente e quindi includere tutti i cittadini in un grande progetto di rinascita.
Solo in questo modo torneremo alle atmosfere indispensabili per sentirci orgogliosi dei luoghi in cui viviamo e dei momenti che possiamo condividere insieme agli altri.

Perché non siamo numeri, abbiamo il diritto di essere persone e l’unica categoria a cui apparteniamo è la razza umana.

Stefano Pierpaoli
16/06/2020

“Conterò poco, è vero”
diceva l’Uno ar Zero
“ma tu che vali? Gnente, proprio gnente.
Sia ne l’azzione come ner pensiero
rimani un caso voto e inconcrudente.
Io invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nnummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso”.

(versi tratti dalla poesia “Nummeri”)

TRILUSSA

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