Non era stato un appuntamento programmato. Per caso mi trovavo in centro e sapevo di un convegno su una certa “banca del cinema”, un nuovo modo di finanziare le produzioni (forse) indipendenti.
Appena salito al secondo piano del palazzo in Via del Traforo mi sono trovato in un “Circolo del buon governo” di Marcello Dell’Utri. Nella sala convegni lo scenario era quello di un luogo anni ‘70, molto kitch, con colori da LSD e luci cangianti dal rosso al blu.

Sul tavolo dei relatori ho riconosciuto Irene Pivetti e Fabio Verna, promotore dell’iniziativa, che ricordavo, più o meno vent’anni fa, giovane pariolino dal passo bizzarro e saltellante.
La prima frase della presentazione consegnatami all’entrata recitava così: “l’industria cinematografica italiana sta di recente attirando, oltre al consueto interesse da parte dei suoi operatori, anche l’attenzione di nuovi possibili investitori”. Tra i relatori l’On. Gabriella Carlucci, non ancora presente. Finita la breve introduzione della Pivetti, il Prof. Verna ha illustrato con entusiasmo il suo innovativo progetto, più o meno esordendo con una frase ad effetto: “Solo gli Italiani parlano male dell’Italia”. A quel punto mi aspettavo altre pillole di saggezza, magari sulle mezze stagioni, ma il Nostro è riuscito a sorprendermi e a oltrepassare il confine del concepibile. Ha descritto un vera e propria banca d’affari che dovrebbe finanziare i produttori italiani e, udite udite, emettere dei Bond (obbligazioni) al 12% di rendita annuale. I passaggi spettacolari dalla “Banca del cinema” ai Bond avverrebbero attraverso una cosiddetta “società veicolo” e una serie di “arrangers” (termine altamente evocativo) che attraverso SGR (Società di gestione del Risparmio), SIM (Società di Intermediazione Mobiliare) e banche varie, offriranno queste obbligazioni ai risparmiatori.
La classica ciliegina è stato poi l’enunciazione sulla garanzia utilizzata dai produttori per ottenere il prestito: essi cederanno i diritti (su sceneggiatura) del film da finanziare e riceveranno in cambio l’importo necessario per la realizzazione dell’opera. Da una grande sceneggiatura può venir fuori un fiasco clamoroso e viceversa ma, a suo dire, ci sono innumerevoli investitori stranieri, soprattutto americani (???) che non aspettano altro che portare nelle casse della banca di Verna centinaia di milioni di Euro! Roba da pazzi.
Nella sala non c’era nessun addetto ai lavori e le giovani ragazze presenti, unite ai virgulti con grandi nodi alla cravatta, poco comprendevano di questo estroso teorema. Se avessero conosciuto le garanzie che esigono negli Stati Uniti per costituire join venture che producono film avrebbero quantomeno riflettuto su quel corteo di parole che si aggiravano lungo le pareti variopinte della sala.
Dentro di me si stava espandendo un piacevole e divertito senso di trastullo, fin quando Enrico Morbelli, rappresentante della Fondazione Einaudi, ha detto, senza alcun pudore, che a Luigi Einaudi “brillerebbero gli occhi” nell’ascoltare i termini del progetto. Il secondo Presidente della Repubblica, liberista convinto, avrebbe provato vergogna nell’essere accostato a simili stramberie.
Per fortuna è arrivata l’On Carlucci a restituirmi un po’ di buon umore. Con un intervento limpido e corretto, ha esposto senza interruzioni le sue idee sul finanziamento del cinema. Ella, con buona pace di molti registi e produttori italiani, ha appena firmato il Testo di Legge (approvato) sul Tax Shelter a favore delle produzioni e ben conosce i nodi sui quali s’inceppa il meccanismo dei soldi concessi alle pellicole. Al centro del suo argomentare ha posto il punto debole dei finanziamenti statali erogati dal Ministero: l’inconsistenza dei diritti offerti come grazia per il prestito. Vale a dire l’opposta valutazione rispetto a quanto poco prima affermato dal Prof. Fabio Verna. Del resto lei era assente durante il colorito straparlare già avvenuto.
La notizia si commenta da sé, ma l’interrogativo che pesa sui pochi soldi rimasti ai risparmiatori italiani è che dopo Cirio, Parmalat e Argentina, solo per fare qualche esempio, ancora vogliono ruspare allo stesso modo?
E io aggiungo: “Ma non si vergognano più di niente?”


SteP – Marzo 2008

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