La torta culturale
Terreni fertili e contadini esperti ci trasmettono un’immagine che sintetizza l’equazione perfetta per ottenere un raccolto generoso e un prodotto sano.
Dal Latino “Còlere” (coltivare) abbiamo ereditato i due derivati italiani “cultura” e “coltura”. Un parallelo quanto mai coerente tra due grandi fonti di vitale energia, ricco di corrispondenze suggestive che si muovono su direttive equivalenti.
Il “Cultus” è il coltivato ed è l’erudito ma può innalzarsi fino all’atto di venerazione di una divinità.
In questo rapido volteggiare semantico capiamo quanto sia agganciato il concetto di sacralità, che investe tradizioni e mestieri, all’idea di cultura in quanto percorso verso la conoscenza. Un viaggio che dovrebbe essere segnato da una sorta di inviolabilità proprio perché indirizzato verso un futuro di progresso, emancipazione, armonia e benessere.
Per convenzione leghiamo quasi sempre la cultura al cinema, al teatro, alle esposizioni museali, innalzando queste entità al ruolo assoluto di traino intellettuale e formativo per il popolo che consuma il prodotto film/spettacolo/mostra.
La gestione e il controllo dell’opulento universo che alimenta l’offerta in questi campi, rappresenta tuttavia una torta assai ambita. Lo testimoniano i continui duelli dei vertici politici sulle nomine per la guida dei vari organismi direttivi e lo conferma la lotta tra figli e figliastri (dei vertici politici) per cercare di accaparrarsi fondi economici e spazi fisici.
Un panorama di varie miserie in cui il Cultus è morto da decenni, inaridito e spogliato fino all’umiliazione.

La cultura è altro
Il progressivo e ipocrita fossilizzarsi sull’affidare a specifici settori il compito di farci crescere culturalmente ha determinato squilibri e distorsioni che si sono abbattute sulla società in misura devastante.
Cinema, teatri e musei potrebbero senza dubbio contribuire alla crescita culturale dell’individuo ma nessuno può negare che dipendono da un sistema profondamente degenerato ed esposto tanto alle intemperie politiche quanto agli interessi particolari dei gruppi di pressione.
La rappresentazione di questa danza grottesca, offerta dai protagonisti della filiera, è quella di giardini fioriti e acque limpide che coronano un virtuoso processo di sviluppo. La cultura che nasce e rinasce tra grandi successi di pubblico.
Lo scenario reale è quello di un territorio brullo che ansima sotto il peso di un’atmosfera inquinata. Una trappola da cui non possiamo salvarci.
La cultura, dagli anni 80 in poi, è stata imposta dai modelli televisivi ai quali si sono sovrapposti in seguito quelli del Web. “Aboccaperta” condotto da G. Funari (Rai 2 dal 1984 al 1989) tracciò un orizzonte fatto di arene volgari in cui due fazioni di idioti si scontravano su temi insignificanti. “Drive In” (dal 1983 al 1988 su Italia 1) alternava una baraonda di gag fulminee all’esposizione di ragazze seminude.
Si decise di puntare sugli stimoli rudimentali tipici dei tifosi e degli erotomani, col risultato, totalmente culturale, di creare una società polarizzata e fatalmente chiusa rispetto all’emancipazione femminile.
Il trash si impadroniva delle abitudini collettive e la massa veniva spinta verso l’assuefazione alla pornografia intellettiva. Una massa divisa, sempre più contrapposta al suo interno, schiava di impulsi elementari.
Il processo culturale a cui siamo stati sottoposti, non solo in Italia, è stato sostanzialmente questo, ed è triste dover rilevare che è coinciso, non casualmente, con il tracollo del livello della politica, con il peggioramento della qualità della vita e con l’aumento delle disuguaglianze.
L’aria che si respira è sempre più pesante ed è proprio questo l’indicatore più significativo della condizione culturale che vive un popolo.
La cultura è uno stato coscienziale e definisce le atmosfere percepite camminando per strada, leggendo i giornali, entrando in un pronto soccorso.
La cultura è linguaggio, relazioni sociali, educazione emotiva e sentimentale.
Quella che ci è stata imposta ci ha reso deboli e ostili perché dovevamo diventare così. Cinemisti, teatranti e museali hanno aderito a questo sistema soprattutto in Italia e chi sta pagando il conto più alto sono le giovani generazioni.

L’egemonia culturale della sinistra
In modo compulsivo si svolge, senza soluzione di continuità, il dibattito sull’egemonia culturale, seppure interrotto in qualche frangente da riflessioni armocromistiche e favole di Biancaneve.
Materia la cui sostanza è impossibile da individuare anche perché in Italia la sinistra non c’è più da decenni. Figure di sinistra, mi riferisco a quella autentica, che facciano parte dello star system italico, credo si possano contare sulle dita di un paio di mani. Anche nei meandri delle attività di quartiere la sinistra è solo un’appartenenza di facciata che a ben poco a che fare con i tratti imprescindibili di una scelta complessa che lotta per una società socialista.
Non esiste un partito di riferimento, non esiste un elettorato, non esiste una visione di futuro che ci conduca verso un mondo più libero e solidale.
La sola egemonia che nell’ultimo mezzo secolo ha dominato i nostri destini è di destra ed è stata espressa utilizzando modelli autoritari e reazionari anche dalle forze che si definiscono progressiste.
Le dispute da miserabili che alimentano lo scontro politico su nomine e occupazione di spazi sono una squallida rappresentazione di un sistema tutto destrorso affamato di potere e di soldi.
Ascoltiamo vaghe, retoriche difese di patrimoni nazionali o locali e intanto non vediamo altro che lottizzazioni decise su valutazioni amicali e parentali.
I soldatini che si mobilitano, da una parte o dall’altra, per sostenere il sistema che li fa campare sono, loro malgrado, pupazzetti fuori dalla storia che obbediscono al modello culturale e politico dei tifosi/erotomani assuefatti al peggio.
Essere di sinistra richiederebbe una presa di posizione che inserisce contraddizioni nel sistema fino a farlo deflagrare. Un’opzione che metterebbe però a rischio tante carriere perché sono in troppi a far parte di un’architettura composta da oligarchi, gerarchi e padroncini che si regge in piedi solo grazie alla relazione con i vertici politici che li controllano. Parliamo purtroppo di un mondo interamente lottizzato e ogni Italiano lo sa bene.
È doloroso doverlo dire ma al momento è improbabile che si crei un movimento in grado di liberarsi dal giogo del potere partitocratico.
Resteranno tutti attaccati a quel carro fino alla fine del mondo.

La fine del mondo
Rimasi laicamente colpito dalla frase del Papa che nel giorno della sua elezione disse che arrivava “dalla fine del mondo”.
Detti due interpretazioni a questa espressione. La prima legata a un pontefice terzomondista che si sarebbe occupato dei grandi problemi che affliggono il sud della Terra.
La seconda alla catastrofe di un sistema globale fallito che si stava inesorabilmente avviando verso guerre, povertà e tumulti geopolitici.
Il declino culturale che subiamo da troppo tempo è un pessimo sintomo che non fa ben sperare. Il sottoproletariato culturale, cresciuto enormemente, è esposto passivamente a forme di propaganda sempre più oppressive.
Nazismo e fascismo piantarono il loro seme in un terreno carico di povertà e disperazione. In Italia, analfabetismo e ignoranza, insieme alla debolezza dei partiti che avrebbero dovuto arginare la deriva autoritaria, si fece strada un personaggio che ci condusse alla dittatura e al disastro.
L’offerta culturale a cui siamo sottomessi, inconsistente e inadeguata, non ci fornisce gli strumenti efficaci per recuperare autonomia di pensiero e capacità di interpretazione della realtà.
Autoreferenziale, appiattita sul presente e asservita al potere, riproduce all’infinito il modello unico di una società priva di indirizzo. Una società egoista, disimpegnata e narcisista.
Se esistesse un attore o un regista di sinistra non esiterebbe a denunciare un settore che socializza i costi attraverso una marea di finanziamenti pubblici e privatizza i profitti.
Se ci fosse un qualsiasi soggetto che si definisca di sinistra e lavora a vario titolo nell’ambito della produzione culturale non abbasserebbe la testa di fronte al burocrate di turno.
Un partito di sinistra non si sarebbe inchinato al mercato e avrebbe avvicinato il popolo, a partire dai più giovani, a esperienze vivaci e plurali che avessero il profumo della libertà e i colori del progresso.
Uno sguardo attento sulla degenerazione culturale assicura alle nostre coscienze una consapevolezza speciale sulla fine di un mondo che sta producendo macerie.
Ma alzando gli occhi, con quello stesso sguardo finalmente liberato, si può arrivare a vedere una prospettiva creata da milioni di cuori che si ribellano e corrono a riprendersi la vita.
Una vita in cui il cinema e il teatro tornino a essere una parte importante di terreno fertile in cui coltivare con gioia e con amore la nostra libertà.

Stefano Pierpaoli
22/01/2024

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