In principio fu Berkeley e la genesi prese vita dalla protesta contro la guerra in Vietnam. I totalitari Stati Uniti erano distanti anni luce dal resto del mondo se non nella dimensione del dominio imperialista indotto dalle guerre e da un capitalismo distruttivo che avrebbe aspettato ancora 20 anni per smantellare il mondo. Però tutto partì proprio da quei posti intorpiditi nella loro democrazia sintetica e nel culto suicida del mercato.

I movimenti culturali e le avanguardie americane si alimentavano infatti di eutanasie e fanatismi plastificati. Misticismo, LSD e rivoluzione sessuale non avevano molte chance per sovvertire il potere costituito ma alimentarono un’onda che nel 68 attraversò l’Oceano per travolgere l’Europa.

Nel Vecchio Continente lo scenario fu ben diverso. Ambedue le rivolte, Usa ed Europa, nascevano da un’incombente crisi economica ed erano radicate nella borghesia benestante che temeva di perdere i benefit del boom che stava evaporando. Ma mentre la rivolta americana era la testimonianza di un sussulto tossico che le classi dirigenti avrebbero soffocato facilmente, nei paesi europei esistevano riferimenti storici, ideologie dinamiche e soprattutto partiti politici che non rispondevano ancora alle lobby finanziarie.

La frammentazione e le profonde differenze (tuttora presenti) tra gli stati-nazione europei contribuiva oltretutto a determinare fenomeni sociali e utilizzi politici disomogenei, consentendo ai movimenti giovanili e a quelli operai di ramificarsi in molteplici direzioni poco controllabili.

La politica europea seppe tuttavia interpretare e crescere grazie alle contraddizioni che la protesta fece emergere e che essa stessa rilevò al suo interno. Malgrado questo e pur contando su giganti della politica ben distribuiti nei vari schieramenti, non ebbe la capacità e nemmeno il coraggio di creare una prospettiva politicamente efficace e valorizzare quelle esperienze.

I sessantottini del resto erano poca roba. Un prodotto borghese agitato da una spinta che era sì legittima e sostanziale ma che al tempo stesso non aveva radici profonde per opporsi al vento del carrierismo soprattutto politico o dell’arruolamento terroristico. In un decennio quell’anima rinnovatrice venne fagocitata da scelte estreme e da miseri conformismi. Quei giovani di belle speranze divennero una classe politica di mezzo. Molti finirono in carcere. Tutti gli altri morirono nello yuppismo degli anni 80.

Come non azzardare un parallelo con i fatti di oggi?

Abbiamo una tremenda crisi economica che ci sta paralizzando e un malessere che scorre pesante nelle nostre strade e che cresce rapidamente.

Negli Stati Uniti proclamano un coprifuoco (!) e se allora fa occorrevano 4 anni per esportare una protesta, nell’epoca di Internet bastano 5 ore.

Non è più un’onda con un qualche riflesso romantico e non c’è più un impulso intellettuale di spessore ma gli effetti sono molto simili.

Anche gli elementi suggestivi di quel tempo sono stati sostituiti. Le contemplazioni mistiche sono diventate elucubrazioni grilline e al posto degli allucinogeni abbiamo in tasca gli smartphone pieni di immagini. La rivoluzione sessuale non si sa cosa possa essere diventata ma con un click siamo su Youporn e schiere di odierni 35enni si sono formati sulle pagine scritte da Melissa P nel 2003.

Oggi come allora qualsiasi coglione può dire che vuole fare la rivoluzione ma è anche vero che il libretto rosso di Mao si è trasformato in un certificato ISEE ed è questo il testo più sventolato. Che tristezza.

La rivoluzione non è stata fatta allora e non si farà nemmeno oggi. Per come l’abbiamo conosciuta nei libri di storia, oggi sarebbe un fenomeno antistorico. Però è venuta lei a bussarci alla porta e si è presentata con argomenti seri e indiscutibili. Se è vero che nessuno le aprirà perché nessuno saprebbe cosa dirle sarebbe bene trovare qualcuno che prima o poi sappia interpretare i messaggi che ha portato con sé e quelli che aggiungerà.

Nel ‘68 avevamo qualcosa da ricordare e qualcosa di fronte a noi. Quella disperazione, che diventasse violenza, droga, guerra o elaborazione, discussione e utopia era vissuta da donne e uomini che una cultura potevano rivendicarla, affermarla e portarla avanti. Magari sbagliando ma i punti fermi esistevano.

Per le figurine di un album di selfie sarà un po’ più complesso venirne a capo ma qualcosa bisogna mettere in moto al più presto.

Perché quella violenza lì ha fame e sete ed è bene non scherzarci troppo cercando consenso o con qualche altra cazzata demagogica fatta di cifre e di percentuali.

Serve una visione e servono attributi. E non c’è tanto tempo.

Stefano Pierpaoli
04/06/2020

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