Ignavi, Inferno Canto III

Chissà se chi è sceso in piazza per inneggiare alla pace, si è sentito così innocente da possedere il diritto di tirarsi fuori dalla Storia.
Così leale da fermare il suo dito prima di lanciare la bomba che colpisce e che uccide.
Perché la mano che spara, nessuno si senta offeso, è anche la nostra.

Il gesto simbolico può certo essere tappezzato con colori promettenti e accompagnato da musiche soavi ma ciò che si rappresenta ci distrae, come sempre, dal guardarci dentro.
Dal leggere quel racconto che ci parla di noi, del nostro scivolare nel quotidiano inerme, del consolarci con le nostre infinite compulsioni.
Tutti stretti e nascosti in un coro uniforme. Rattrappiti nell’infinito silenzio del tornaconto legato all’attimo. Rassicurati, e perfino gratificati, dal consenso inconsistente che ci si scambia a vicenda.
In realtà sappiamo che è un branco ostile quello in cui siamo stati radunati e in cui abbiamo scelto di far finta di esistere. Sappiamo bene che basta meno di un secondo perché il nostro vicino prema il grilletto della sua frustrazione. Della frustrazione di tutti.
Basta un’impronta ignota nel nostro orticello arido per scatenare l’odio e la violenza.
Basta che voli una moneta d’oro per accendere gli animi o addormentarli.

Ed eravamo noi quei cialtroni volgari che, un mese fa dagli scranni di un parlamento, calcolavano il loro vantaggio giocando sulla pelle di un popolo.
Siamo noi nelle mille miserie che aspettano la manna studiando il modo più rapido per rubarne una fetta più grande.
E siamo stati noi che di fronte alla sciagura siamo corsi a scrivere con l’inchiostro dell’ipocrisia che sarebbe andato tutto bene. Sempre con tanta musica.
Siamo noi a reagire dicendo “cos’altro possiamo fare” e a voltarci dall’altra parte mettendo la foto del nostro falso impegno per guardare verso l’esterno e soprattutto per farci guardare solo dall’esterno. Per un’approvazione che però vuol dire tradimento e veleno.
Siamo noi a non aprire la porta quando la Storia viene a bussare e ci scagliamo contro gli effetti del nostro essere rimasti immobili. Ma sia ben chiaro, una ribellione che duri poco, possibilmente non all’ora dell’aperitivo.

E guai a farci sapere che quei colpi alla nostra porta, alla porta di ognuno di noi, diventeranno ancora più forti e invadenti. Siamo pronti ad annientare chiunque voglia togliere la tappezzeria colorata e provi a spegnere la musica che ci piace.

Quella porta deve restare chiusa perché la prateria arida in cui ci muoviamo storditi è il migliore dei mondi possibili.
Perché quella prateria arida siamo noi.

Stefano Pierpaoli
26 febbraio 2022

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